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L’asino, insieme al cavallo, ha dato un profondo contributo allo svolgimento delle principali attività agro-pastorali di un tempo, in un clima di stretta simbiosi e di mutua integrazione con l’uomo. Dopo un periodo di oblio, oggi è impiegato nell’onoterapia riscuotendo straordinari successi.

 

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L’allevamento ovicaprino si annovera quello bovino, costituito da esemplari di mucca, dialettale vacca/vacche, qualche toro per la riproduzione, magari un vitello di pochi mesi nutrito dal latte materno, uno o più buoi.

 

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Tra la fine di marzo e la metà di aprile dell’anno 1848, scoppiò ad Arnesano, un morbo maligno, un’epidemia mortale, definita peste tifoitea o tifo petecchiale, che causò molti decessi, in un paese che allora contava appena 1450 abitanti, oggi oltre 4000.

 

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Nel gregge di pecore talvolta non manca la presenza di qualche capra, animale molto socievole con le altre specie, fisicamente diversa dalla pecora, più agile e con un carattere meno mansueto, adatto a vivere in zone anche selvagge o semideserte, ruminante senza sosta di erbe asciutte, di foglie secche e cortecce per raggiungere le quali saltella su pendii e crepacci a volte anche ripidi. 

 

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Succedeva che il pastore, trascorrendo molte ore insieme alle pecore, conducendole al pascolo, alimentandole, mungendole, accudendole una ad una e, talvolta, raccogliendo nelle braccia gli agnellini incapaci di reggersi sulle zampe, li considerasse animali di compagnia ed instaurasse con essi una profonda familiarità.

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Tra gli elementi lapidei profusi sui prospetti dei palazzi barocchi leccesi, non manca la raffigurazione di animali mitici, selvatici, puramente fantasiosi che, oltre ad avere una funzione estetico-decorativa, racchiudono un significato simbolico che, in passato, diventava arguta ammonizione rivolta ad un pubblico colto e preparato ad accoglierlo.

 

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