La facciata della basilica del Rosario torna a mostrarsi nella sua sorprendente bellezza barocca.

Stasera 20 ottobre, alle 18, il sagrato della chiesa leccese ospiterà “Anima pietra”, appuntamento dedicato alla presentazione del restauro e alla restituzione alla collettività del prospetto monumentale, tra le più significative testimonianze dell’arte di Giuseppe Zimbalo.
L’incontro illustrerà il recupero e il consolidamento della facciata. Sarà anche l’occasione per conoscere le scoperte iconografiche, i simboli e le fasi costruttive della basilica, con un approfondimento sulle soluzioni adottate per mettere in sicurezza gli elementi sporgenti e integrarle nell’apparato monumentale.
Interverranno il soprintendente Antonio Zunno, il sindaco Adriana Poli Bortone e il prefetto Natalino Manno. La direttrice dei lavori Michela Catalano presenterà l’intervento; le conclusioni saranno affidate a Fabrizio Magani, direttore generale archeologia, belle arti e paesaggio. Saranno presenti anche il gruppo di progettazione e l’impresa esecutrice Marullo Costruzioni.
«Il restauro della facciata della basilica del Rosario è un gesto di cura e di responsabilità verso un patrimonio di fede, arte e memoria che appartiene all’intera comunità - sottolinea il rettore, mons. Giancarlo Polito -. Custodire questa bellezza significa consegnarla alle generazioni future, rendendo sempre più accogliente un luogo vivo di preghiera e di incontro. Ringrazio le istituzioni, i professionisti e tutti coloro che hanno reso possibile l’intervento. La facciata è il volto di una chiesa: la sua bellezza ritrovata esprima anche il volto di una comunità capace di aprire le porte, ascoltare e camminare accanto alle persone».
Quel volto custodisce storie che meritano di essere osservate da vicino. A pochi passi da Porta Rudiae, la basilica di San Giovanni Battista, conosciuta come basilica del Rosario, offre fra colonne e fiori scolpiti un racconto nel quale arte e devozione si intrecciano.
È l’ultima grande impresa di Giuseppe Zimbalo. I Domenicani gli affidarono la ricostruzione nel 1691, quando aveva già superato i settant’anni. L’architetto contribuì alle spese, seguì il cantiere fino alla morte, nel 1710, e chiese di essere sepolto nella chiesa. L’edificio, completato nel 1728, rappresenta il suo congedo monumentale dalla città.
Il prospetto si sviluppa su due ordini. In basso, grandi colonne dalle scanalature a spirale incorniciano il portale, sormontato dallo stemma domenicano e dalla statua di San Domenico di Guzmán. Al centro della balaustra emerge la Vergine, mentre i putti sulle sfere richiamano quelli di Santa Croce. Composizioni floreali, statue e pinnacoli accompagnano lo sguardo fino al coronamento spezzato.
Sono però alcuni piccoli particolari a svelare le storie più sorprendenti. Nel secondo ordine, San Ludovico Beltrán regge un crocifisso che conserva, alla base, la canna di un’arma da fuoco. Don Mauro Carlino, su Portalecce, (LEGGI) ne ha illustrato il significato: secondo la tradizione agiografica, l’arma puntata contro il missionario domenicano si sarebbe trasformata in una croce. Lo scalpellino ha racchiuso in quel dettaglio il racconto del prodigio.

Un’altra vicenda emerge dalla nicchia inferiore destra. Lo storico e architetto Mario Cazzato vi ha identificato il Beato Giovanni da Colonia, domenicano impiccato nei Paesi Bassi nel 1572. Sotto il nome compare una seconda iscrizione: «Secundus praecursor», “secondo precursore”, un epiteto il cui significato, come osserva lo studioso, resta da chiarire.
La presentazione del restauro sarà dunque anche un invito a fermarsi davanti alla basilica e a soffermarsi sui suoi dettagli. Perché, nella ricchezza di questa facciata, persino poche parole incise o un oggetto fra le mani di un santo possono riaprire una storia.
Photogallery di Arturo Caprioli.

