A Guayaquil un sacerdote muore schiacciato dal crocifisso durante una messa trasmessa in diretta. In poche ore le immagini diventano battute in tutte le lingue. Tra algoritmi che premiano l’istante e il sospetto dell’intelligenza artificiale, la sovrapposizione tra realtà e rappresentazione smarrisce la pietà. E interroga chi guarda senza vedere.

 

 

La telecamera è fissa sull’altare, come ogni giorno. Inquadra un sacerdote che parla ai fedeli nella parrocchia di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso, a Guayaquil, in Ecuador. Alle sue spalle, un grande crocifisso di legno. Poi la croce si stacca, cade in avanti, lo colpisce alla testa. Una donna grida di chiamare un’ambulanza. Padre Patricio Alfredo Sánchez Molinari, redentorista, nato a Cuenca nel 1973, è morto così sabato scorso, davanti alla sua comunità e a quanti lo seguivano da casa in diretta su Facebook. In poche ore quelle immagini hanno lasciato la parrocchia per entrare nel flusso della rete: rilanciate, rallentate, commentate.

Basta leggere le reazioni, soprattutto su X. Accanto al cordoglio dei parrocchiani, che ricordano un pastore vicino ai giovani, si moltiplicano le battute. “Letteralmente l’ha ucciso Gesù”, ripetono in tanti. Qualcuno insinua che dovesse essere un prete peccatore, altri scherzano su un uomo “morto facendo ciò che amava”, altri ancora sul “dio di legno” che lo ha ammazzato. Ironie in tutte le lingue, firmate da persone che di lui conoscevano soltanto gli ultimi secondi di vita.

Il punto non è la diretta. Padre Sánchez Molinari trasmetteva le messe dai propri profili, raggiungendo così chi non poteva entrare in chiesa. Il punto è ciò che accade quando la stessa scena esce dal perimetro per cui era nata. Per chi era collegato da casa, quella era la messa del proprio parroco. Per chi l’ha incrociata scorrendo, è diventata un contenuto. E un contenuto non ha un nome, una famiglia, una comunità che piange: ha una durata e un potenziale di condivisione. Il paradosso è tutto qui: lo strumento pensato per avvicinare chi è lontano ha consegnato quella morte a chi non ne avvertiva alcun peso.

Poco prima il sacerdote aveva rivolto all’assemblea una riflessione sulla morte: “Cari fratelli, un giorno anche tutti noi che siamo qui moriremo”, invitando i presenti a chiedersi quanto tempo dedichino a Dio, alla famiglia, agli altri. In rete quella frase è già stata isolata, montata sulle immagini del crollo, presentata come presagio. Ascoltate per intero, quelle parole dicono altro. Non annunciano una tragedia, chiedono conto del tempo. E interrogano anche il tempo speso a ridere della fine di uno sconosciuto.

Lo schermo sottrae il corpo, il silenzio, il pudore che ogni morte impone a chi le sta accanto. Davanti a una bara nessuno si permetterebbe quelle parole; davanti a un video, sì. Quando la realtà e la sua rappresentazione si sovrappongono fino a confondersi, la prima a smarrirsi è la pietà.

Pesa anche un sospetto ormai istintivo. Di fronte a quel filmato, per molti la prima domanda rischia di non riguardare più chi sia quell’uomo, ma se sia vero o generato dall’intelligenza artificiale. I feed si riempiono ogni giorno di incidenti e crolli costruiti al computer, verosimili e falsi. Leone XIV, nel messaggio per la LX Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, osserva che sta diventando “sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione”. L’abitudine alla simulazione educa al distacco: se tutto può essere fabbricato, nulla merita di essere preso sul serio, nemmeno una morte. La diffidenza verso le immagini finisce così per proteggere chi guarda, non chi viene guardato.

Nello stesso testo il Papa nota che gli algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento “premiano emozioni rapide e penalizzano invece espressioni umane più bisognose di tempo come lo sforzo di comprendere e la riflessione”. Il lutto è forse la più lenta: chiede raccoglimento, una parola misurata. La battuta è istantanea, e per questo circola.

A Guayaquil una comunità piange il suo parroco e attende di sapere perché quella croce sia caduta. Altrove, qualcuno ha già scrollato oltre. La morte di Padre Sánchez Molinari è stata vista da decine di migliaia di persone. Resta da capire quante l’abbiano guardata davvero.

 

 

 

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