Un regalo di quelli che non ti aspetti. Da farti sgranare gli occhi. E il cuore. Prezioso come gli scritti di un grande teologo come Henri De Lubac.

 

 

 

È stata questa la reazione felice dell’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta quando Carmen Starace, docente di lettere e cattolica da sempre impegnata in politica e nel sociale, si è presentata nel suo ufficio con una pila di libri in braccio, da oggi in poi patrimoni della comunità diocesana. E con il racconto della breve ma intensa storia del suo incontro con uno dei più autorevoli tra i Padri conciliari.

 

Carmen, raccontaci come e perché ti sei avvicinata al pensiero di Henri De Lubac. Quali opere hanno fatto parte della tua biblioteca personale? 

Erano gli inizi degli anni 70. A seguito della mia laurea, avevo continuato a mantenere i rapporti con l’Istituto di storia della filosofia, diretto dal filosofo, prof. Arrigo Colombo che mi aveva invitata a partecipare ad un seminario di studi, da lui promosso, su vari aspetti storico-culturali del tempo. Erano gli anni del post Concilio Vaticano II e il professore conosceva il mio impegno ecclesiale e il mio interesse sui temi più innovativi introdotti e sui quali era acceso un vivace dibattito. Pertanto, mi propose di avviare una ricerca su Henri De Lubac, uno dei Padri più significativi del Concilio. Accettai imbarcandomi in un’impresa non certo facile! Con l’entusiasmo giovanile che mi pervase, non solo acquistai tutte le sue opere reperibili in lingua italiana, ma anche in lingua francese. Tra queste la sua opera principale, “Surnaturel” (1946), studio sulla natura del Soprannaturale, ripreso e ampliato nei due volumi: “Le mystère du surnaturel”, “Augustinisme et théologie moderne”, “Sur le chemins de Dieu; Exégèse mediévale”. Inoltre, alcune opere che riguardano l’ecclesiologia come “Catholicisme” (1938), “Corpus mysticum, Meditation sur l’Eglise”, “Paradoxe et mistère de l’Eglise”. Altre che trattano il problema dell’ateismo, altre la questione delle religioni non cristiane come “Il dramma dell’umanesimo ateo”, “Proudhon et le christianisme”; “Aspects du Bouddhisme”. In più alcune opere su “La pensée religieuse du père Theilhard de Chardin”, “Blondel et Teilhard de Chardin”. E ancora due raccolte di pensieri: “Paradoxes” e “Nouveau Paradoxes”.

 

Poi hai avuto la fortuna d’incontrarlo. Che esperienza è stata?

Non contenta, volli azzardare un tentativo ‘arduo’: incontrare direttamente, o almeno ’osare’ di farlo, Henri De Lubac! E il tentativo riuscì! Recatami a Parigi con un gruppo di amici, infatti, non mi fu difficile cercare e ottenere un appuntamento con De Lubac e poiché avevo una conoscenza del francese solo scolastica, mi feci accompagnare da un mio amico poliglotta. Fummo accolti con squisita gentilezza, disponibilità e familiarità. E aggiungerei, soprattutto, con grande umiltà. De Lubac era seduto su una sedia a rotelle, coperto da un plaid e, nonostante la fragilità della sua età, era lì pronto a dialogare con noi. Per me fu un’emozione indicibile: chi ero io per avere osato e ottenuto tanto? Avevo la percezione certa che davanti a me non ci fosse solo un grande teologo, uno studioso, ma un uomo di Dio che aveva improntato il suo cammino nella storia con l’umile ascolto degli uomini, nella profonda convinzione che “Dieu on dit dans l’histoire”, che di fatto informa tutta la sua opera. Fu questa, infatti, l’idea centrale che ci manifestò nella conversazione, l’amore per la Chiesa storica, per l’uomo storico, il suo senso vivissimo della tradizione a cui guardare non come criterio formale, ma come testimonianza dell’evento di Cristo, del Dio che facendosi uomo si rende disponibile all’incontro nella storia. Ciò che ci spinge a non trasformare il cristianesimo in ideologia astratta, ma ad equilibrare intelligentemente senso della tradizione e apertura al nuovo, comprensione dell’umano ed amore indefettibile, per quanto irriducibilmente divino, che l’annuncio della salvezza porta nella nostra storia. De Lubac ci invitava ad amare i tesori della grande tradizione cattolica che riteneva “troppo malintesa da molti, troppo poco conosciuta anche da quelli che vorrebbero sinceramente conservarla e difenderla”.

 

Lodevole è stato il suo sforzo di legare la scienza teologica al contesto sociale e culturale specie nel passaggio dal pre al post Concilio Vaticano II…

Con De Lubac si compie la svolta fondamentale della teologia cattolica dell’ultimo secolo. Come poteva la teologia tornare ad essere meditazione sull’esperienza di Cristo e della Chiesa? Come poter aiutare a rinnovare la stessa vita del cristianesimo e della comunità cristiana? La risposta di De Lubac viene appunto da lontano, dai Padri della Chiesa. Con De Lubac i Padri vengono ripresi come testimoni da cui trarre una nuova teologia, la tradizione come fonte di rinnovamento. Una teologia in apparenza legata irrimediabilmente al passato, ma in realtà una grande costruzione che ha avuto una forza dinamica, prorompente proprio per il nostro tempo. De Lubac interroga la storia per ritrovare la verità, la realtà viva della Rivelazione, assumendosi il gravoso compito di riabilitare e di riportare nella corrente viva della teologia contemporanea la dottrina patristica e scolastica sul fine soprannaturale dell’uomo. Certamente è considerato uno dei più influenti teologi del XX secolo. Si può, infatti, affermare che i suoi scritti hanno giocato un ruolo chiave nello sviluppo della dottrina del Concilio Vaticano II. Tuttavia, occorre ricordare che con il suo “Surnaturel-Etudes historiques” (1946)1 si accese un forte allarme, sia a Roma, sia in molti altri ambienti, in quanto considerato come la prima sortita aperta del movimento della “nuova teologia”. Ciò provocò l’intervento della suprema autorità della Chiesa. Infatti, Pio XII, nella sua Enciclica “Humani generis” del 1950, sembra accusarlo direttamente e il Generale dei Gesuiti, del cui ordine faceva parte, gli suggerì di interrompere l’insegnamento di storia delle religioni che lui esercitava a Lyon-Fourviére. De Lubac lo fece senza esitazione e continuò tranquillamente le sue ricerche e la pubblicazione delle sue opere. All’insegnamento ritornò soltanto dopo che il nuovo Pontefice, Giovanni XXII, gli manifestò ripetutamente segni di stima e di amicizia. Quindi partecipò attivamente ai lavori del Concilio Vaticano II dapprima, nel 1960, come consultore della Commissione teologica per la preparazione di esso. Ma la vera riabilitazione fu quando venne nominato esperto, ‘perito ufficiale’ del Concilio. Nel 1969 Papa Paolo VI che ammirava gli scritti di De Lubac, gli offrì il cardinalato, ma lui rifiutò, considerando che il requisito posto da Giovanni XXIII nel 1962 che tutti i cardinali fossero vescovi, fosse “un abuso dell’ufficio apostolico”. In seguito, quando Giovanni Paolo II rifece la proposta a De Lubac nel 1983, esentandolo dall’ordinazione episcopale, De Lubac accettò. Dunque, il definitivo riconoscimento del valore dell’opera teologica di De Lubac venne dal Concilio. Da quel momento, per la parte che ebbe nella stesura delle Costituzioni conciliari Gaudium et spes e Lumen Gentium, il suo pensiero ha assunto una posizione di centro nel panorama teologico contemporaneo.

 

Quale eredità ci ha lasciato secondo te e quale Chiesa ha prefigurato?

Henri De Lubac, come già detto, è uno dei Padri del Concilio Vaticano II ed è in quel contesto che si manifesta ciò che noi assumiamo come eredità. “Dieu on dit dans l’histoire”, Dio si manifesta nella storia! È il mistero dell’Incarnazione. De Lubac vede nel mistero una realtà vivente: la realtà di Dio, di Cristo e della Chiesa. Perciò ci insegna che è necessario agire storicamente, perché è nella realtà storica che si concretizzano le realtà divine, ecclesiali e spirituali. Ciò ci sollecita a guardare ad essa con umile atteggiamento di ascolto, nello spirito di quel dialogo, che è il grande insegnamento del Concilio. È la vocazione della Chiesa Cattolica, universale, inclusiva che, proprio nell’atto di ridefinirsi cattolica in tutta la sua vastità, apre all’esperienza religiosa di tutta l’umanità. È la vocazione della Chiesa missionaria. Quella Chiesa che, nell’annunciare agli uomini la liberazione dal male, la pienezza di vita e la salvezza escatologica, si costituisce come soggetto dell’evangelizzazione, perché il Vangelo non vive fuori della presenza visibile della Chiesa in mezzo agli uomini. Come non si può non aggiungere che l’edificazione della Chiesa - la plantatio Ecclesiae - basandosi non su un’ideologia, ma su quell’indefettibile fondamento che è il Cristo, non può mai essere compiuta una volta per tutte, ma in un cammino di conversione alla luce della sua Parola che si manifesta nella storia.

 

1 Dopo il Concilio di Trento, in ambito teologico, la grazia divina o il soprannaturale vengono percepiti come una realtà estranea, un ‘di più’ sovrapposto alla natura umana quasi per un decreto esterno, concezione che De Lubac e gran parte della teologia contemporanea cercano di superare mostrando l’intima corrispondenza e il dialogo profondo tra l’esperienza umana (la natura) e l’iniziativa di Dio (la grazia, il soprannaturale).

 

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