(40 - continua) Tra i doni più belli che ho ricevuto da don Tonino nel corso del suo ministero episcopale sicuramente un posto prioritario spetta alle sue pubblicazioni. Tutti i suoi libri mi sono stati consegnati direttamente dalle sue mani e oltre ai suoi libri anche alcune audiocassette.

Ho conservato con un pizzico di “gelosia” tutto questo materiale e lo conservo ancora! Le audiocassette su nastro mi hanno fatto compagnia nei miei viaggi in auto. Un po’ era come avere lui accanto: le ho ascoltate e riascoltate, più e più volte. Non mi stancavo mai, perché ogni volta coglievo sfumature nuove e nuovi orizzonti si aprivano: un po’ era come viaggiare con lui accanto e la sua voce e i suoi pensieri erano stimolanti e rassicuranti allo stesso tempo. Tra queste audiocassette ho sempre considerato particolarmente interessanti quelle su cui erano incise delle riflessioni a tema missionario: registrazioni di don Tonino degli anni ’80 per l’emittente “Telepace” e, successivamente, trascritte e pubblicate su mia iniziativa (con Edizioni Insieme prima, e San Paolo Edizioni successivamente) con il titolo “Insieme con Cristo sulle strade del mondo”.
Ascoltarle era sempre una festa! In una di queste Tonino Bello si sofferma sul “valore della domenica”: “la domenica è il giorno della carità. È il segno che indica quale traiettoria dare al nostro vivere quotidiano: l’attenzione ai poveri, ai malati, agli emarginati, agli infelici. È anche il giorno della festa: trionfo della vita, primato della gioia, astensione dal lavoro, nostalgia di futuro. Esaltazione della gratuità sul calcolo, della oblatività pura sull’interesse. È il giorno della speranza, ci autorizza ad abbandonarci ai sogni diurni delle grandi utopie: la pace, la giustizia, la fraternità, la libertà. È dalla domenica che si deve scatenare in noi l’empito entusiasta per ciò che agli occhi umani sembra incredibile, assurdo, irraggiungibile. Cioè che cosa? Il disarmo, l’uniteralità del disarmo, la nonviolenza attiva, il perdono, la pace, la rinuncia evangelica, la povertà, la gratuità”.
Si chiede l’amato pastore: “Le nostre assemblee sono luoghi di educazione alla pace? Le nostre comunità cristiane sono tessitrici di pace o alimento di conflitti? Esercitano anch’esse la violenza, forse? In quali luoghi della nostra città manca la pace? Dove si visibilizzano i frutti della violenza? Spuntano i segni di morte?”
È preoccupato don Tonino del nostro essere cristiani tanto da sottolineare con forza che bisogna “assolutamente ristabilire il primato della spiritualità. [...] Spesso nelle nostre liturgie si ha la percezione nettissima che l’unico a mancare sia proprio Gesù Cristo. C’è tanto rubricismo, ritualismo a non finire, moralismo spesso insopportabile… Fede, non di rado, zero o poca, incontro con Lui opaco, abbandono alla sua grazia, quasi inesistente. […] Non c’è abbandono..., non c’è estasi, non c’è innamoramento, non c’è invenzione, non c’è sufficiente deserto… Spesso tutto finisce al rito”.
È necessario per don Tonino mettersi sulle strade del mondo, e assumere la logica del Signore nel giudicare le vicende della storia: “mettersi in cammino significa superare la freddezza di un diritto senza carità, di un sillogismo senza fantasia, di un calcolo senza passione, di un logos senza sophia”. Ci esorta il vescovo di Molfetta a riscoprire la radicalità della missione scegliendo la contemplazione della strada rispetto al lusso del deserto: è sulla strada che si incontrano le “basiliche maggiori”, cioè i fratelli che sono nel bisogno: missione è stare dinnanzi al volto di Dio nella carità! “Il tuo Volto Fratello io cerco! La dimensione divina si apre a partire dal volto umano. Ecco io vi auguro che possiate vivere con la gente, possiate sentire sulle vostre carni la sofferenza dei poveri e possiate avere anche la capacità di ribellarvi ogni volta che vedete lo spreco delle ricchezze che condanna, che penalizza la povera gente”.
Questi i sentimenti e i propositi e i pensieri nobili dell’amato pastore. In una delle più belle riflessioni di questo testo ci racconta la sua esperienza vissuta a Bariloche, in Argentina, dove si era recato per incontrare i suoi concittadini che si trovavano in quella terra: lì, in una capanna, incontra una povera donna, madre di 12 figli, di 34 anni, ma con il corpo ormai consumato dalla povertà e dagli stenti: “si vedevano soltanto, splendidi, gli occhi che richiamavano la giovinezza. Il resto era così accasciato, così avvilito”. Allo scorgere di un vangelo posato su una povera tavola, don Tonino chiede alla signora: “Leggete il vangelo? E lei allora si è illuminata con un sorriso splendido, e ha detto così: Unico consuelo por nuestra pobreza, È l’unica consolazione per la nostra povertà. Io, che ero andato lì dentro con l’aria del sociologo in vacanza, con l’aria del missionario in tournèe di piacere, mi sono sentito afferrato da quella espressione. Tant’è che quando sono uscito da quella capanna, ho visto dei ragazzi che facevano volare nel cielo gli aquiloni e… mi sembrava che quegli aquiloni fossero stati tutti intagliati nelle pagine del vangelo e andassero a portare, fino agli estremi confini della terra, annunci di liberazione.” (continua)
*presidente della Fondazione “don Tonino Bello”

