La splendida basilica del Rosario a Lecce, per secoli retta dai Domenicani, è attualmente sottoposta alla pulitura e al restauro della sua imponente e armoniosa facciata.

 

 

 

 

La ditta Marullo, che ne sta curando i lavori, ha avuto la brillante idea di organizzare la possibilità di un mini tour per coloro che volessero veder da vicino i ricchi ornamenti e le pregevoli decorazioni che impreziosiscono il prospetto barocco.

Se gli occhi di un amante dell'arte si lasciano attrarre dai ceselli degli scalpellini, lo sguardo del fedele viene piuttosto rapito dalle statue che compongono l'esuberante facciata, divisa in due ordini dalla delicata balaustra. Nell'ordine inferiore sono facilmente identificabili le immagini di San Domenico di Guzman (posta sul portale), fondatore dei Domenicani, e quelle di San Giovanni Battista e del Beato Francesco del medesimo ordine domenicano. Al centro della balaustra, elemento divisorio tra i due ordini, in corrispondenza della grande finestra centrale, è posizionata la statua della Vergine. Due altre statue sono invece poste nelle grandi nicchie, in asse con quelle dell'ordine inferiore.

Proprio queste due statue attraggono in modo speciale la curiosità dello studioso e del visitatore. Infatti, vi sono due immagini di religiosi domenicani, la cui storia è singolare. Peraltro, il primo è stato correttamente menzionato, mentre, su specifica richiesta, abbiamo curato la corretta identificazione del secondo santo.

Il primo (prima foto a sinistra) è San Ludovico Beltran, padre domenicano, nato a Valencia nel 1526. Nel 1562 decise di partire missionario per l’America Centrale dove operò grandi miracoli che favorirono la conversione di molti indios, ben 150mila in sette anni. Attento ai valori sociali, denunciò anche i soprusi dei conquistatori spagnoli: uno di essi volle attentare alla sua vita con un proiettile ma lo schioppo si trasformò in crocifisso.

Proprio per questo motivo, lo scalpellino leccese lo ritrae in un modo meraviglioso: il nostro santo ha in mano una croce, la cui base però è costituita dalla canna di un fucile.

San Ludovico morì il 9 ottobre 1581 pronunciando queste parole: ''Signore, qui bruciate, qui tagliate, qui non perdonate, purché mi perdonate in eterno''.

Il beato francescano Padre Pierre Nicolas ebbe una lunga estasi nella quale poté contemplare la gloria di cui godeva nel cielo San Ludovico. I suoi meriti, le sue eminenti virtù lo avevano elevato fino al Coro dei Serafini. Il beato raccontò che, quando San Ludovico era entrato in paradiso, si era presentato dapprima al Coro degli Angeli i quali, dopo essersi felicitati con lui, gli avevano detto: “Salite più in alto, salite!”. Gli Arcangeli lo avevano anch’essi accolto con grande gioia e lo avevano invitato, come gli Angeli, a salire ancora più in alto nelle gloriose milizie angeliche. Nonostante il fatto che già prima di morire la sua fama di santità era da tutti condivisa, fu canonizzato da Papa Clemente X solo il 12 aprile del 1671. Papa Alessandro VIII lo dichiarò patrono della Colombia.

La facciata leccese, dunque, innalzava questo santo dell'altro mondo nel secondo ordine del prospetto.

L'altro beato (seconda foto a sinistra), invece, non era stato identificato perché la scritta posta sul basamento è solo parzialmente visibile. Eppure, il beato in questione è, stando a una corretta lettura dell’epigrafe, B. Iacobus de Mevan (ia), cioé il Beato Giacomo Bianconi (Giacomo da Bevagna, de Mevania nella forma latina).

Nacque a Bevagna (Perugia), il 7 marzo dell'anno 1220, da Giovanni e da Vanna, appartenenti a famiglia molto ragguardevole.

Non possediamo su di lui fonti coeve. Gli atti stesi subito dopo la sua morte in vista di una canonizzazione furono distrutti nell'incendio del convento domenicano di Bevagna (1375 c.). Negli anni immediatamente seguenti (1377 c.) Bonaventura Camasseo, che quegli atti aveva conosciuti, stese una biografia del beato sulla base di quanto ricordava delle sue letture e delle tradizioni raccolte in Bevagna: l'autografo, che si sarebbe dovuto conservare presso i domenicani di Bevagna, fu invano richiesto, nei secc. XVII e XVIII, dai bollandisti, che finirono con lo stampare quanto della Vita era ricavabile dal Malvenda - che l'aveva utilizzata nei suoi Annales Ordinis Praedicatorum (Neapoli 1627) - e dal Taëgius (secc. XV-XVI) che l'aveva compendiata nel Chronicon Ordinis.

Il beato entrò nel 1236 nel convento domenicano di Spoleto. Compì poi in Perugia i suoi studi di arti liberali e di teologia. Svolse un'intensa attività di predicazione, e fondò il convento domenicano di Bevagna. Per sua ispirazione - secondo i biografi - una devota vedova bevanate, Lucia, fondò un convento femminile sotto la regola benedettina. Il beato fu anche in rapporto di direzione spirituale con la Beata Giovanna d'Orvieto. Nel 1281 fu nominato dal capitolo provinciale predicatore generale. Nel 1291 fu nominato priore del convento di Spoleto e nel 1299 priore di Foligno.

Molto ricca è la tradizione sull'attività taumaturgica del Beato Giacomo, che morì a Bevagna, il 22 agosto 1301. Il suo culto di beato fu confermato il 18 maggio 1672 da Clemente X (festa il 23 agosto).

Sia la data di beatificazione del Beato Giacomo, sia la canonizzazione del Beato Ludovico Beltran appartengono proprio al periodo di riedificazione della chiesa leccese, datata dagli storici tra il 1691 e il 1728 e intitolata a San Giovanni Battista.

Solo con l'avvento della confraternita del Rosario, a seguito dell'espulsione dei Domenicani, avvenuta nel 1807, la chiesa prenderà il nome di chiesa del Rosario.

Per completezza di narrazione, la facciata termina con un'altra balaustra e con un timpano spezzato, al cui centro emerge la figura di un soldato, a cui manca la testa, che potrebbe essere (con riferimento alla battaglia di Lepanto, celebrata all'interno della basilica) don Giovanni D'Austria, mentre la statua che si erge sulla sinistra è la Madonna con bambino e San Giovannino. Manca la statua sulla destra, andata perduta, o cancellata dal tempo.

Come in tutto il centro storico, le facciate delle nostre chiese narrano una storia, un culto e una tradizione che, permanendo nel tempo, siamo chiamati a custodire e alimentare.

 

 

 

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