L’ultimo frammento dell’intervista (RIVEDI) che l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta ha rilasciato a Portalecce affronta il tema della fioritura delle vocazioni al sacerdozio nella Chiesa di Lecce. Altro motivo di “santo orgoglio” per il pastore del capoluogo salentino.

“Collegherei questa ricchezza - spiega il presule - a due cause, entrambe importanti. Prima di tutto, alla vivacità delle nostre comunità: le vocazioni, tutte, anche quelle al ministero sacerdotale nascono in una Chiesa viva e vivace.
Secondo. Collegherei questa fioritura anche alla testimonianza di vita dei nostri sacerdoti (LEGGI): il fatto che i presbiteri vivano dentro il vissuto della gente, che siano capaci di fare tardi la sera con i ragazzi, di essere vicini a loro nell'oratorio e nei campi estivi, sempre pronti a stimolarli e a provocarli con la riflessione… Questa vicinanza crea fiducia nei confronti degli educatori, per cui i giovani si aprono, dialogano, si confrontano e riconoscono nel presbitero la guida interiore per il discernimento vocazionale”.
“La fioritura vocazionale - insiste l’arcivescovo - fa come da cartina di tornasole: ci rivela che tipo di Chiesa siamo, per grazia di Dio; ma ci dice anche che tipo di presbiterio abbiamo. È evidente, a questo punto, che la vita dei nostri presbiteri sia molto appetibile agli occhi dei ragazzi. Tutto ciò ci fa bene sperare. Certamente non ci si può sedere sugli allori ma dobbiamo continuare a darci da fare. E questa è un’altra sfida perché la cultura del mondo nel quale viviamo è una cultura non vocazionale, l'idea di fondo nell'antropologia contemporanea, infatti, induce a pretendere che ognuno dia forma alla sua vita”.
Che cosa vuol dire tutto questo? Che cosa intende l’arcivescovo per “cultura vocazionale”? “La cultura vocazionale - spiega - consente di dare forma alla propria vita ma nell'intesa con Dio, il quale vuole la mia felicità, la mia realizzazione. Noi come comunità cristiana abbiamo la responsabilità anche di andare controcorrente e di diffondere la cultura della vocazione: aiutare i nostri ragazzi a progettare la propria vita in connessione con i disegni di Dio”.
“C’è da aggiungere - conclude Panzetta - che le vocazioni sono un po' come le ciliegie: una tira l'altra. Come il cristianesimo si diffonde per contagio, così anche le vocazioni si diffondono per contagio; ritengo, dunque, che i nostri ragazzi che pian piano stanno maturando le loro scelte vocazionali abbiano una capacità di diffondere la cultura vocazionale molto feconda. Questa fioritura è una grazia che accogliamo da Dio e da chi ci ha preceduto nel lavoro ministeriale, ma anche una bella responsabilità per tutta la nostra comunità diocesana”.

