Nascondersi in un negozio fino alla chiusura e restarvi per la notte, la cosiddetta challenge delle 24 ore in negozio, 24 Hour overnight challenge, trasforma una trasgressione in un racconto da condividere.

 

 

L’obiettivo è trascorrere una notte, e in alcuni casi anche più, nascosti all’interno di negozi, ristoranti, supermercati, centri commerciali o altre strutture normalmente accessibili al pubblico solo di giorno La vicenda delle due sorelle ritrovate in provincia di Caltanissetta, che secondo la ricostruzione della procura avrebbero emulato video visti online, richiama una domanda più ampia: perché un contenuto pensato per intrattenere può diventare, per alcuni ragazzi, un comportamento da ripetere nella vita reale?

Uno dei contenuti più virali è stato prodotto dai Me contro te, che hanno mostrato sui social le loro 24 ore trascorse in uno dei punti vendita di una nota catena di giocattoli. Un contenuto creato in collaborazione e non improvvisato, ma che potrebbe aver ispirato o almeno incuriosito molti ragazzi. Questo perché il ruolo dei social è centrale.

La risposta non sta in una presunta incoscienza dei giovani. Nell’adolescenza il gruppo dei pari conta nella costruzione dell’identità: essere riconosciuti, sentirsi capaci e partecipare a ciò di cui tutti parlano sono bisogni concreti. Le piattaforme rendono visibile quel riconoscimento attraverso visualizzazioni, commenti e condivisioni. Una prova che sembra originale può così apparire anche come un’occasione per ottenere attenzione e raccontare di sé. Questo meccanismo non riguarda ogni ragazzo allo stesso modo e non consente di spiegare un singolo episodio senza conoscerne la storia.

Conta poi il linguaggio dei video. Montaggio, musica e momenti di suspense mostrano l’impresa come un gioco con un inizio, una prova da superare e un finale. Fuori dall’inquadratura restano spesso la paura dei familiari, l’intervento delle forze dell’ordine e i pericoli di trovarsi in un ambiente chiuso senza aiuto immediato. Quando la distanza tra racconto e realtà si riduce, l’imitazione può sembrare più semplice delle sue conseguenze. E ciò che online appare spontaneo può essere, in alcuni casi, un contenuto preparato o realizzato con autorizzazione.

La dimensione sociale della sfida riguarda anche gli adulti. Proibire uno schermo o liquidare tutto come «colpa dei social» rischia di lasciare inesplorata la domanda che conta: che cosa ha visto il ragazzo e che cosa pensa possa accadere se lo ripete? Famiglie e scuola possono partire da lì, discutendo insieme la differenza tra una scena costruita e un gesto reale, il peso della pressione del gruppo e il diritto di fermarsi anche quando gli amici insistono. È un’educazione al giudizio, prima ancora che alle regole digitali.

Anche chi produce e diffonde contenuti ha una responsabilità: presentare una condotta rischiosa come facilmente replicabile può incoraggiare l’emulazione, soprattutto tra i più piccoli. Raccontare questi episodi senza trasformarli in uno spettacolo è altrettanto importante. La risposta più utile non è offrire nuova notorietà alla sfida, ma aiutare i ragazzi a riconoscere quando la ricerca di visibilità chiede un prezzo troppo alto. Essere ascoltati e sentirsi parte di un gruppo non dovrebbe richiedere di sparire per ventiquattr’ore.

 

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