Il laicato e la sua concreta partecipazione al Cammino sinodale diocesano sono altri due focus estraibili dall’intervista (RIVEDI) che l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta ha rilasciato a Portalecce all’indomani del pellegrinaggio diocesano di Oria (LEGGI).

Volendo tracciare un bilancio dei primi due anni trascorsi nella Chiesa di Lecce, prima da coadiutore e poi da successore dell’arcivescovo Michele Seccia, il presule così ha esordito: “Quello che positivamente mi ha impressionato (in questi due anni, ndr) è la presenza dell'atteggiamento credente diffuso. Pur nella complessità della secolarizzazione e del pluralismo, pur in tutte queste vicende, io vedo che la fede nel Signore Gesù risulta un fatto oggi ancora ampiamente diffuso. Sia pure con esperienze di appartenenze ecclesiali diversificate, il Mistero pasquale di Gesù continua a essere un punto di riferimento che dà da pensare e dà da vivere a tante persone. Certamente, però, vedo anche la fatica che questa Chiesa fa, come tutte le Chiese che sono in Italia e, più ampiamente, in Europa, di fare in modo che il Mistero pasquale che per noi è diventato base della vita, lo diventi anche per le generazioni future”.
Il discorso è poi scivolato sulla vita e sull’impegno dei laici leccesi: “Se c'è una nota del laicato della diocesi di Lecce che mi ha favorevolmente colpito è la sua intraprendenza. E, volendo fare un paragone con il laicato della diocesi di Crotone-Santa Severina - chiarisce - direi che in Calabria ho registrato meno creatività e meno intraprendenza ma sicuramente maggiore caparbietà sul raggiungimento degli obiettivi. L'ambiente salentino è un ambiente creativo: lo è sul piano musicale, sul piano culturale, sul piano artistico e, tutto questo si riflette sui nostri laici e sul loro impegno nella vita della comunità”.
Ovviamente, come in molte diocesi, anche a Lecce i laici hanno riscoperto un sorprendente protagonismo nel dispiegarsi del Cammino sinodale. “Per esempio - ricorda l’arcivescovo -, abbiamo chiesto di fare delle proposte… Ne sono arrivate tantissime: la nostra gente è capace di pensare anche il futuro della Chiesa con creatività. Certamente oggi i laici hanno una grande sfida, nel senso che prima il cristianesimo e l'appartenenza al Vangelo erano un fatto quasi scontato; sociologicamente quasi automatico. I nostri cristiani oggi, invece, devono dare ragione della loro fede sul posto di lavoro, dare ragione della speranza che è in loro, nella scuola, nello sport e anche negli stessi ambienti di Chiesa, perché anche lì si gioca la partita della testimonianza”.
“Essi - Panzetta preferisce sintetizzare così - oggi hanno da giocarsi una partita molto più difficile: essere credenti laici in questo mondo per il quale l’appartenenza alla fede cristiana non è più data per scontata”. E aggiunge, “Penso, però, che sia anche una partita più avvincente. Nel senso che si evince nel vissuto silenzioso di tanti uomini e di tante donne, una differenza cristiana che con santo orgoglio - ma pure con tanta umiltà - noi sentiamo di poter portare come lievito positivo. I nostri laici sono lievito nell'università, sono lievito nelle nostre fabbriche, sono lievito nei nostri uffici. E questo avviene veramente e io ne sono molto grato. È finito il tempo di un cristianesimo timido o mediocre: i nostri laici combattono positivamente la battaglia della fede anche in casa. Molti figli oggi si dicono atei e quindi, anche agli occhi dei figli, i genitori cristiani devono dare ragione della speranza che è in loro. Tutto ciò già accade e io lo vedo; certo può avvenire in modo più ampio, meglio organizzato: anche da questo punto di vista io raccolgo il lavoro che è stato fatto negli anni, perché è la formazione che ha prodotto questo tipo di laicato. Ed è sempre questa la strada per il futuro”.
Il tema del laicato, come si spiegava in precedenza, va a braccetto con l’esperienza del Cammino sinodale che in diocesi ha coinvolto moltissime persone proprio nello sforzo di pensare e progettare la Chiesa di Lecce che sarà e vorrà essere.
“Il Cammino sinodale - afferma l’arcivescovo - effettivamente è prima di tutto un metodo. È un metodo faticoso perché camminare da soli è più facile, è meno impegnativo; camminare insieme, invece, richiede un’ascesi. Il Cammino sinodale è un cammino ascetico ed è un metodo che, devo ammettere, sta influenzando, contagiando positivamente tutto il cammino diocesano. Penso, per esempio, alla formazione permanente del clero: anche lì, ormai, abbiamo imparato ad affrontare tutte le questioni attraverso il metodo della Conversazione dello Spirito. E i frutti già si vedono perché questo metodo è inclusivo e soprattutto non porta alcuno a vincere sull'altro. La fecondità di questo metodo la stiamo notando a tutti i livelli: ha contagiato anche il lavoro dei vescovi italiani nei lavori della Cei. Anche noi utilizziamo la Conversazione dello Spirito e questo ci ha permesso di conoscerci rivoluzionando il nostro modo di rapportarci.
Ma l’arcivescovo punta ancora più in alto: “Il metodo, però, non cambia le realtà fino a quando non diventa stile. Questo è il passaggio educativo: quando metodo diventa habitus, conformazione delle libertà, del modo di stare al mondo… quando il metodo diventerà stile allora trasformerà pienamente anche la realtà. Il metodo ha già prodotto dei cambiamenti, ma se diventasse stile, quella sarà la vera rivoluzione. Questa è la rivoluzione: la metodologia sinodale che diventa stile di vita produrrà una rivoluzione positiva nelle comunità. Io ne intravedo già i segni e se dovesse riuscire, come io spero, l'idea di fare in modo che il progetto sinodale generi una progettazione sinodale scritta insieme, a molte mani, con una scrittura comunitaria, questo sarebbe un novum unico. Nella storia della Chiesa, non è mai avvenuto. Veramente avremo una Chiesa proprio trasfigurata: non sarà facile perché ci sono resistenze, paure… Persone ‘sedute’ sul si è sempre fatto così… Ma io penso che se questo dovesse avvenire e ci sono tutti i segnali, noi ci troveremo davanti e dentro una comunità più capace di essere profetica per il mondo, perché nel mondo individualista, una comunità che cammina insieme, si vede, acquisisce una visibilità e una credibilità molto alta”.

