Con la solenne concelebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta è giunto a compimento il pellegrinaggio diocesano per l’apertura dell’anno pastorale che, oltre ogni previsione, ha visto oltre mille partecipanti riunirsi presso il santuario dei Santi Medici Cosma e Damiano in Oria.

Al rito sacro hanno preso parte l’arcivescovo emerito di Lecce, Michele Seccia e l’arcivescovo Luigi Pezzuto oltre al vicario generale e alla quasi totalità del presbiterio diocesano.
Il servizio liturgico è stato prestato dai seminaristi della diocesi guidati dal maestro delle celebrazioni liturgiche episcopali don Mattia Murra, coadiuvato da don Francesco Pesimena e da don Alberto Taurino.
I canti sono stati eseguiti da una rappresentanza del coro diocesano “Exulta et lauda” diretto dalla maestra Ines Gravili e accompagnato all’organo dal maestro Carlo Chirizzi.
È attingendo ad una esperienza personale che il presule ha introdotto l’omelia (IL TESTO INTEGRALE), quasi un autentico vademecum per la comunità affidata alle sue premure di padre e pastore che nel corso di questo anno sarà chiamata a riflettere sul tema della missione.
Panzetta, dunque, ha ricordato come da piccolo anche egli partendo di sera dal suo paese di origine (Pulsano, ndr) giungeva insieme a tanti suoi compaesani ad Oria in pellegrinaggio e, dopo una notte di cammino, partecipava alla celebrazione appollaiato tra i banchi ed in preda al sonno: da questo aneddoto il presule ha voluto affermare che chi si dedica alla missione non può e non deve assopirsi, non può rischiare di perdere il passaggio del Signore nella sua storia ma ha bisogno di essere desto e sveglio.
Ecco le parole dell’arcivescovo di Lecce: "Facevo le scuole medie e dal mio paese […] si fa il pellegrinaggio a piedi notturno […]; arrivati qui all'alba, non c'era ancora questa splendida chiesa, era tutto all’aperto e c'erano degli scranni di tufo e io mi sono appollaiato […] e ho dormito tutta la messa. […]; voglio dire che i missionari devono avere un orecchio aperto sempre, sempre, sempre”.
Ed è dalla Parola di Dio del giorno, in modo particolare dalla prima letture tratta dall’epistolario paolino che il presule ha consegnato ai presenti il contenuto della missione, il nucleo dell’annuncio.
Come l’apostolo ha, infatti, scardinato la poca convinzione dei Corinti circa la risurrezione di Cristo attraverso la proclamazione del kerygma (mistero pasquale di Cristo) allo stesso modo chi si dedica alla missione non deve avere altro scopo che questo: raccontare all’uomo assetato di Dio il mistero centrale della propria fede.
“Papa Francesco - ha proseguito Panzetta - nella Evangelii Gaudium, al numero 35, dice che il messaggio che il mondo attende, un messaggio gioioso, è il messaggio che noi dobbiamo testimoniare, provare a portare anche al di fuori dei nostri contesti usuali, è la bellezza dell'amore di Dio, dell'amore salvifico di Dio, che si è manifestato nel mistero pasquale di Gesù. […] Il mondo ha bisogno di una buona notizia, e la buona notizia è l'amore di Dio che si è manifestato nella morte e nella risurrezione di Gesù”.
Dal brano evangelico tratto dal capitolo ottavo di San Luca il pastore leccese ha voluto far risaltare un particolare di non poco conto circa l’identità della missione.
Nella pericope, infatti, si parlava di Gesù che, percorrendo villaggi e campagne seguito dai discepoli e da alcune donne guarite, annunciava la buona notizia: fare missione non vuol dire, pertanto, annunciare qualcosa ma fare i conti con la persona di Cristo che è la vera missione.
Incalza Panzetta: “La missione è Gesù, certo noi andiamo per le strade, ma lui cammina avanti a noi e perciò la missione non è solamente lavorare per Gesù, ma è lavorare insieme con lui nelle esperienze di evangelizzazione che noi faremo […]. Se noi ‘andiamo’ senza imbarcare il Signore non combineremo niente, se invece noi ci accorgiamo che il vero missionario è lui e che noi camminiamo dietro di lui, più camminiamo dietro di lui nella sequela, più saremo missionari efficienti”.
Di coloro che seguono il maestro Gesù nell’episodio evangelico, tuttavia, colpisce che vi siano alcune donne guarite.
L’arcivescovo leccese ha, così, stigmatizzato gli effetti della missione: annunciare il Vangelo non è mettere fuori proprie competenze che devono essere notate ma, se fatto seriamente, diventa fonte di guarigione per tante patologie spirituali.
“Si dice nel testo (del Vangelo ndr) - conclude Panzetta - che Gesù va avanti, ci sono i dodici e c'è un gruppo di donne guarite dal Signore; è interessante non solo per le donne, ma questo vale anche per gli apostoli: quando uno cammina dietro il missionario che è Gesù, si impegna nella missione, e vive la sequela attivamente impegnata nella missione, Egli guarisce dal momento che la missione è un luogo di guarigione. […] Papa Francesco ce l'ha detto dall'inizio alla fine del suo pontificato: una Chiesa che non esce si ammala”.
Dunque, tre fuochi utili a consegnare ai presenti un canovaccio su cui articolare un anno pastorale che possa avere le coloriture della missione non senza tre particolari richiamati dal presule al termine della celebrazione attraverso il ministero dei santi anargiri: l’attenzione ai malati, la gratuità e la tensione alla testimonianza.
Con questi ingredienti si è concluso un bel pomeriggio dal sapore ecclesiale che la comunità diocesana di Lecce saprà far diventare come quel rivolo d’acqua da cui attingere per mantenere sempre il vigore e la forza della sua incisività nella storia.
Racconto per immagini di Arturo Caprioli.

