Nel cuore dei giorni in cui la comunità di Santa Maria dell’Idria si prepara a vivere i festeggiamenti del fondatore della famiglia vincenziana, San Vincenzo de’ Paoli, la parrocchia si appresta a vivere un momento particolarmente significativo.

Sabato 26 settembre, durante la celebrazione eucaristica delle 18, l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta presenterà alla comunità il nuovo amministratore parrocchiale, Padre Stanislav Zontak, sacerdote della Congregazione della Missione. Padre Stanislav raccoglie il testimone da Padre Carmine Madalese, trasferito a Milano presso la parrocchia Madonna della Medaglia Miracolosa. La sua è una storia vocazionale segnata dall'incontro con il carisma di San Vincenzo De’ Paoli, una storia di fede che attraversa confini, lingue, cambiamenti politici e geografici, ma che conserva un filo conduttore preciso: la vocazione vissuta come servizio, incontro e accompagnamento. Dalla missione, alla formazione. Una storia che ha attraversato la Slovacchia, l’Ucraina, il Congo, la Terra Santa e diverse comunità italiane, sempre con lo stesso desiderio: servire la Chiesa là dove il Signore apre una strada. Ora quella strada conduce a Lecce, nella comunità dell’Idria. Una comunità parrocchiale, una casa pensata per l’accoglienza e la ricerca vocazionale. Un’esperienza che Padre Stanislav affronta con la disponibilità di chi, nella propria vita, ha imparato a lasciarsi guidare dalle strade che si aprono. Portalecce lo ha incontrato per conoscere meglio la sua storia e le sue attese.
Padre Stanislav, da dove nasce la sua scelta di diventare vincenziano?
La mia conoscenza dei vincenziani risale a quando ero bambino. Mio fratello maggiore era entrato nel seminario diocesano, in un periodo particolarmente difficile per la Chiesa in Slovacchia, durante il comunismo. Io avevo circa dieci anni e, senza comprendere fino in fondo la situazione, partecipavo a quei momenti dando una mano nell’accoglienza e nei piccoli servizi. Solo più avanti mio fratello mi spiegò la situazione. Mi ha affascinato anche la figura di San Vincenzo. In quel periodo i libri sulla vita dei santi non erano molti e tra quelli che riuscivamo a conoscere c’era anche la vita di San Vincenzo De’ Paoli. La sua testimonianza mi ha colpito profondamente e così la decisione di diventare vincenziano è maturata quasi spontaneamente.
Come ha vissuto gli anni della formazione in un contesto in cui gli ordini religiosi erano perseguitati?
Sono entrato anch’io nel seminario diocesano, perché in quel periodo era praticamente l’unica possibilità per diventare ufficialmente sacerdote. Parallelamente, però, ho ricevuto la formazione vincenziana attraverso i confratelli. Ci incontravamo regolarmente, ci sostenevamo, condividevamo la preghiera e potevamo parlare con sincerità delle nostre difficoltà. Era una forma concreta di quella «piccola compagnia» tanto cara a San Vincenzo: pochi confratelli, nelle parrocchie, attenti soprattutto alle persone più abbandonate. Quella esperienza mi ha insegnato quanto sia importante avere qualcuno con cui poter parlare con sincerità, qualcuno che possa sostenerti quando ne hai bisogno.
La missione, però, non l'ha portata inizialmente in Africa...
Ero stato mandato in Francia per imparare il francese, in vista di una possibile missione in un Paese francofono. Durante quel periodo ho incontrato il Padre Generale - Padre Roberto Maloney - , che mi ha fatto una proposta diversa. Mi disse che per l’Africa era relativamente facile trovare missionari, mentre per l’Europa orientale, e in particolare per i territori dell’allora Unione Sovietica, era molto più difficile trovare sacerdoti che conoscessero la lingua e la realtà locale. Mi invitò quindi a considerare quella possibilità.
Che cosa ha trovato quando è arrivato in Ucraina?
Ho trovato piccoli gruppi di credenti che avevano conservato la fede nonostante le difficoltà. Una delle cose che mi ha colpito maggiormente è stata la presenza degli anziani e dei bambini. I nonni avevano trasmesso la fede ai bambini. Era una trasmissione semplice, familiare, ma straordinariamente importante. Molti edifici sacri erano stati chiusi o erano quasi completamente distrutti. C’era praticamente tutto da ricostruire: la vita comunitaria, la pastorale, i rapporti tra le persone. Alcune coppie hanno potuto celebrare il matrimonio, molti bambini sono stati battezzati. Poco alla volta una comunità ha ricominciato a vivere. È stata un’esperienza molto bella, soprattutto perché si vedeva concretamente la fede rinascere.
Dopo la missione è iniziato per lei un lungo percorso nel campo della formazione. Quanto è stato importante?
Dopo alcuni anni mi è stato chiesto di entrare nella formazione, perché da quel territorio iniziavano ad arrivare anche nuove vocazioni. Ho studiato per prepararmi a questo servizio per lavorare come formatore e insegnante di teologia dogmatica. Successivamente ho avuto la possibilità di andare in Congo. Dopo due anni sono stato chiamato a Roma come assistente generale del Superiore generale.
A Santa Maria dell’Idria è previsto anche un progetto legato all’accoglienza e alla ricerca vocazionale. Che cosa significa per lei?
È una prospettiva che sento particolarmente vicina alla mia esperienza. La casa potrà diventare un luogo di accoglienza per giovani che si interrogano sulla propria vocazione e desiderano fare un’esperienza di vita comunitaria e di spiritualità vincenziana. Oggi i giovani si pongono molte domande sulla propria vocazione. Forse non tutti arriveranno a una scelta di vita consacrata, ma possiamo aiutarli a discernere e a scoprire la strada alla quale il Signore li chiama.
Quale ruolo avrà, in questo percorso, l'accompagnamento dei giovani?
Un ruolo fondamentale. Credo che oggi abbiamo bisogno di luoghi di accoglienza, di preghiera e di riflessione. Il giovane deve poter incontrare la realtà, conoscere le persone, entrare in contatto con la vita della parrocchia e con i diversi gruppi. Solo così potrà maturare una scelta più consapevole. Avrò anche un novello sacerdote - Padre Miklòs Dàvid Gàll, ordinato appena sabato scorso - un collaboratore giovane, che potrò accompagnare a mia volta. Penso molto alla figura del sacerdote che affianca un confratello più giovane, come un amico facendogli da “tutor” per avere a sua volta un punto di riferimento, soprattutto nei primi anni di ministero. È importante non lasciare soli i giovani sacerdoti.
E come immagina il suo rapporto con la comunità parrocchiale di Santa Maria dell'Idria?
Per me la parrocchia è certamente una sfida, ma è anche un luogo nel quale mi sono sempre trovato bene. Mi piace stare con la gente, conoscere le persone, camminare insieme e costruire un percorso condiviso. Al centro di questo cammino vedo soprattutto la liturgia. Per me la liturgia è sostanziale: è ciò che ci nutre e che sta al centro della vita della comunità cristiana. Attorno alla liturgia possono svilupparsi i percorsi formativi, i gruppi, le iniziative e tutte le altre dimensioni della vita parrocchiale. Ma il centro rimane Cristo celebrato e incontrato nella liturgia. Per questo, arrivando a Lecce, vorrei prima di tutto conoscere la comunità, ascoltarla e camminare insieme alle persone. Non arrivo con un progetto già confezionato. Arrivo con una lunga esperienza alle spalle, ma anche con la disponibilità a imparare una realtà nuova. E soprattutto con il desiderio di servire.

