Nel riascoltare e approfondire quanto ha detto l’arcivescovo di Lecce nella lunga intervista (RIVEDI) rilasciata a Portalecce la scorsa settimana, balzano alla mente le parole e i pensieri lusinghieri che mons. Panzetta ha riservato al clero leccese.

 

 

“L'aspetto che immediatamente mi ha colpito venendo qui a Lecce - spiega l’arcivescovo - è il loro essere presbiteri in mezzo alla gente: i nostri sacerdoti non sono da orario d’ufficio, non hanno una vita privata e un ministero separati, ma vivono dentro le comunità e si danno da fare per accompagnare le persone”.

“Quello leccese - ribadisce Panzetta - è un clero che entra nella vita delle famiglie e nelle storie personali dei fedeli. Questo è l'aspetto più importante, il più bello. Questo è il genoma del presbiterio leccese che vorrei che si perpetuasse nel tempo e nei giovani candidati al sacerdozio”.

Il secondo aspetto stigmatizzato dal presule è la disponibilità alla collaborazione col vescovo. “Il nostro, inoltre, è anche un presbiterio disponibile. Essendo a conoscenza di altre situazioni ecclesiali, devo dire con molta franchezza che da quando sono venuto ho trovato sempre docilità e anche docibilità”. “È chiaro e quasi normale - aggiunge per amore della verità - che ci sono anche situazioni singole che vanno affrontate una per una ma, complessivamente, il nostro presbiterio mi sembra disponibile a farsi guidare e pronto a impegnarsi in un cammino sinodale”.

Quindi “Tutto va bene madama la marchesa”? Zero problemi? Zero ambiti da migliorare e da far crescere? Nient’affatto. Dopo il lungo tempo dell’osservazione e della conoscenza della vita diocesana e della comunità presbiterale in particolare, l’arcivescovo ha individuato anche un cantiere ancora aperto: quello della comunione tra preti. “Quello su cui bisogna camminare penso sia proprio la fraternità - afferma -, nel senso che la cultura individualistica nella quale viviamo ha toccato anche i presbiteri e anche i nostri. Siamo dentro alla cultura che si respira e quindi la nostra fatica sarà quella di non farci fagocitare della cultura dell'io e darci da fare perché nel presbiterio maturi sempre di più la consapevolezza del noi. Ci sono alcuni preti del nostro presbiterio - rivela - che hanno proprio questo carisma; il senso del noi ce l'hanno forte e io penso che questi potranno essere i diffusori della cultura della noità nel nostro presbiterio”. E aggiunge: “Occorre lavorare molto sulle nuove generazioni. Una delle cose belle che in questi ultimi tempi è maturato, è stato lo sforzo, come metropolia di Lecce, di organizzare e promuovere insieme noi vescovi, con buoni risultati, la formazione dei presbiteri giovani. Penso che la partita si giochi proprio nel vissuto e nella formazione dei preti giovani: se questi presbiteri cresceranno nella cultura della collaborazione, della corresponsabilità, della fraternità, avremo tante carte positive da giocarci.

Parlando di presbiteri era naturale che il discorso cadesse sui trasferimenti dei parroci annunciati nei mesi scorsi e che in queste settimane si stanno pian piano realizzando. All’arcivescovo non è gradito il concetto di “rivoluzione” considerata la mole di cambiamenti che ha stabilito dopo un attento discernimento e dopo essersi consultato con i suoi collaboratori più stretti. In realtà il numero dei movimenti - tra parrocchie e uffici di Curia - era da molto tempo che non si contava.

“La mia intenzione e quella di chi insieme con me ha operato il discernimento, perché il vescovo non è una monade -ribadisce -, non era quella di produrre una rivoluzione. Però ossigenare la vita della diocesi sì, per me quella era una necessità. Nel senso che mi sono reso conto, a partire dalla mia esperienza, che quando un presbitero ha lavorato in una comunità una decina d'anni, le cartucce le ha sparate tutte, il rischio è quello di entrare nella logica della ripetitività o, peggio ancora, del ‘riposo’. E questo è un grande pericolo”.

“Poiché - continua Panzetta - avevamo tanti presbiteri che avevano compiuto più di nove anni, ma anche più di dieci nella stessa parrocchia, la mia idea è stata quella di ossigenare la vita delle comunità e anche dei presbiteri. So bene che nella vita di un ministro il trasferimento è un fatto doloroso. Non ho vergogna di dire - confida - che anche io ho sofferto a lasciare Crotone. Le relazioni, i progetti, i sogni che avevo fatto lì… All’improvviso ho dovuto lasciare tutto.  Oggi, però, mi rendo conto che è stata una potatura salutare, perché questo mi ha fatto incontrare tante persone, nuove progettualità, nuove fatiche ma anche nuove ferite… E tutto questo non ti fa rimanere seduto”.

“Ho ritenuto, dunque - conclude l’arcivescovo -, ossigenare la diocesi quando mi sono reso conto che questo poteva essere un'opportunità positiva per le comunità e anche per i presbiteri”.

 

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