(37 - continua) Era il 2 ottobre del 1983, quando comparve su “Luce e Vita” (il settimanale diocesano di informazione religiosa) un editoriale di don Tonino dal titolo “Ottobre missionario”. Il sottotitolo - “Iniziazione alla coscienza planetaria” - era la vera novità! 

 

 

Il vescovo comunicava con parole nuove la sua “istintiva diffidenza ogni volta che si fasciano con cinture cronologiche alcuni valori che […] non sono contraibili nei contenitori del tempo. […] È giusto celebrare le giornate, gli anni, i mesi. Purchè inneschino processi permanenti di revisione e d’impegno”. Per don Tonino revisione significa “snidare dalle nostre abitudini concettuali l’idea di Chiesa sedentaria, pacifica, rannicchiata, autosufficiente […]; dobbiamo tendere l’orecchio, pur nella piccolezza della Chiesa locale, al concerto universale di tutta la terra. Solo se avrà questo compito di iniziazione alla coscienza planetaria, l’ottobre missionario acquisterà significato”.

Per il vescovo di Molfetta tale dinamismo missionario non rappresenta una semplice opzione pastorale, ma esprime la natura stessa della Chiesa, chiamata a rendere visibile nella storia l’amore di Dio, proprio attraverso una radicale apertura all’altro e una costante capacità di superare i propri confini visibili e simbolici. In questo movimento verso l’esterno si colloca la centralità della scelta preferenziale per i poveri, che in don Tonino assume un significato profondamente teologico. I poveri non sono semplicemente destinatari dell’azione caritativa, ma luoghi nei quali si rende presente Cristo stesso, i “tabernacoli scomodi” della sua presenza. «Gli ultimi, quindi, non vanno considerati solo come i destinatari delle nostre esuberanze caritative, o come i terminali delle nostre effusioni umanitarie, ma soprattutto come i protagonisti della storia di salvezza che il Signore vuole ancora oggi realizzare sulla terra, a vantaggio di tutti»1.

In questa affermazione si condensa una visione ecclesiale nella quale l’incontro con Dio passa necessariamente attraverso l’incontro con l’uomo fragile. Ne deriva una comprensione eucaristica della vita cristiana, in cui il sacramento celebrato trova il suo compimento nel dono concreto di sé: «L’Eucaristia non sopporta la sedentarietà. Ci costringe a lasciare le nostre comodità»2. Non si tratta, dunque, soltanto di assistere, ma di condividere, di abitare le periferie dell’esistenza, di farsi compagni di strada di chi vive ai margini: «non bastano le opere di carità, se manca la carità delle opere. Se manca l’amore da cui partono le opere, se manca la sorgente, se manca il punto di partenza che è l’Eucaristia, ogni impegno pastorale risulta solo una girandola di cose»3.

Questa attenzione ai poveri si intreccia con una visione della Chiesa come coscienza critica e profetica del mondo. Don Tonino rifiuta una comunità ecclesiale adattata o silenziosa di fronte alle ingiustizie: la Chiesa è chiamata a denunciare con coraggio le prepotenze, le disuguaglianze e le logiche di violenza che attraversano la storia. La Chiesa di don Tonino è quindi una Chiesa “dal volto feriale”, capace di vivere la fede nella quotidianità, senza separare liturgia e vita, contemplazione e azione, è una Chiesa contemplattiva.  La preghiera alimenta l’impegno e l’impegno restituisce verità alla preghiera, in un circolo vitale che rende la comunità cristiana presenza significativa nel tempo ordinario dell’esistenza. È qui, infatti, che si gioca la credibilità del Vangelo, nella capacità di riconoscere la presenza di Dio dentro le pieghe della storia.

A tal proposito questo disse Francesco di don Tonino nella sua visita ad Alessano il 20 aprile del 2018: “Questo credente con i piedi per terra e gli occhi al cielo, e soprattutto con un cuore che collegava cielo e terra, ha coniato, tra le tante, una parola originale, che tramanda a ciascuno di noi una grande missione. Gli piaceva dire che noi cristiani dobbiamo essere dei contempl-attivi, con due t, cioè della gente che parte dalla contemplazione e poi lascia sfociare il suo dinamismo, il suo impegno nell’azione, della gente che non separa mai preghiera e azione. Caro don Tonino, ci hai messo in guardia dall’immergerci nel vortice delle faccende senza piantarci davanti al tabernacolo, per non illuderci di lavorare invano per il Regno. E noi ci potremmo chiedere se partiamo dal tabernacolo o da noi stessi. Potresti domandarci anche se, una volta partiti, camminiamo; se, come Maria, donna del cammino, ci alziamo per raggiungere e servire l’uomo, ogni uomo. Se ce lo chiedessi, dovremmo provare vergogna per i nostri immobilismi e per le nostre continue giustificazioni. Ridestaci allora alla nostra vocazione; aiutaci ad essere sempre più una Chiesa contemplattiva, innamorata di Dio e appassionata dell’uomo”. (continua)

 

 

(Tratto da “Tonino Bello, La Chiesa come l’ho sognata”, a cura di Vito Cassisano e Giancarlo Piccinni, San Paolo Edizioni, 2026 - Postfazione. Alla stesura dell'opera ha preso parte anche la "nostra" Manuela Marzo).

 

 

[1]  Tonino Bello, Con Cristo sulle strade del mondo, san Paolo Ed, p. 65.

2 Bello A., Articoli, Corrispondenze, Lettere, Notificazioni, op.cit., p.236.

3 Bello A., «Configurati a Cristo capo e sacerdote», in Cirenei della gioia, a cura di Schiatti L., San Paolo Ed, 2004, pp. 54-55.

 

*presidente della Fondazione “don Tonino Bello”

 

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