Non tutti hanno potuto prendere parte, la scorsa settimana, al pellegrinaggio diocesano che si è svolto a Oria (LEGGI) e che si è particolarmente caratterizzato per la presentazione del piano pastorale di quest’anno appena iniziato e che l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta ha “ribattezzato” come anno missionario.

 

 

Per comprendere meglio e approfondire il significato dell’espressione con la quale il presule ha voluto dare una precisa indicazione pastorale alla Chiesa di Lecce, oggi torniamo a quanto egli ha risposto - a precisa domanda - durante l’intervista (RIVEDI) rilasciata a Portalecce e pubblicata domenica scorsa.

Allora, che cos’è l’anno missionario? “L'anno missionario - spiega l’arcivescovo - è un anno nel quale le comunità, i movimenti, le associazioni… tutto il vissuto della diocesi, si impegnano, prima di tutto, a comprendere la propria vocazione missionaria. A riflettere sul fatto che la Chiesa esiste per annunciare il Vangelo e che se non lo fa non è quella che vuole Gesù: un anno, dunque, affinché ciascun credente prenda consapevolezza della propria vocazione missionaria”. “Penso alla missione ad gentes - sottolinea -, non solo verso coloro che non hanno conosciuto il Signore e il Vangelo, ma anche verso quei pagani e neopagani presenti nel nostro territorio che hanno diritto a essere raggiunti dalla Parola”.

E Panzetta è pronto ad accettare “la sfida dell'urgenza dell'evangelizzazione”: “In questi anni di ministero sacerdotale prima, ed episcopale dopo, mi sono reso conto - chiarisce - che noi viviamo un tempo decisivo per la sorte del cristianesimo per cui o cambieremo, diventando comunità più estroverse, comunità che si occupano di raggiungere le periferie, o moriremo. O, quantomeno, saremo rannicchiati in una condizione di insignificanza che sicuramente non consentirà di vivere bene la nostra esperienza di credenti”.

Concetti ribaditi anche in riferimento ad un’altra “sfida”, una “sfida” di tipo educativo: “Vedo la fatica che questa Chiesa fa, come tutte le Chiese che sono in Italia e più ampiamente in Europa: fare in modo che il mistero pasquale che per noi è diventato base della vita, diventi tale anche per le nuove generazioni”. “Noi adulti - ricorda l’arcivescovo - abbiamo avuto la fortuna di avere educatori e comunità che ci hanno aiutato a incontrare Gesù Cristo. Ora tocca a noi farlo con le nuove generazioni: è una bella sfida, però vedo che i ragazzi e le ragazze del nostro territorio, quando si trovano davanti a educatori credibili, ascoltano. Poi quello che fanno della loro vita lo decidono nel mistero della loro libertà. Ripeto, noi abbiamo avuto la grazia di avere qualcuno che l'ha fatto per noi e abbiamo un debito di gratitudine nei confronti di Dio e delle persone che ci hanno accompagnati all’incontro con il Signore”.

Tornando all’anno missionario ed entrando di più nei dettagli delle cose da fare, “sarà un anno in cui la formazione (soprattutto in Avvento e in Quaresima, ndr) - ribadisce il pastore -, soprattutto degli adulti e dei giovani, punterà alla riscoperta del battesimo e della dimensione missionaria della Chiesa. Ma sarà anche un anno in cui, proprio come conseguenza della formazione specifica, le comunità si impegneranno a vivere un'esperienza (nel Tempo di Pasqua, ndr) in cui, uscendo dalle strutture dei nostri oratori, dalle nostre sacrestie, vadano incontro, con coraggio - perché ci vuole coraggio per farlo - a raccontare la buona notizia del Signore a coloro che sono lontani dal vissuto ecclesiale e che sono in ricerca della verità”.

In sintesi: “penso che l’anno missionario della nostra Chiesa avrà due focus, la formazione e la missione sperimentata concretamente: proprio quella fatica di bussare alle porte, la fatica del volantinaggio, la fatica della testimonianza autorevole”.

Ovviamente, l’anno missionario incrocerà con l’esperienza del Sinodo che, in ulteriori tappe diocesane, dovrà redigere il progetto pastorale dei prossimi anni proprio a partire dalle indicazioni dello stesso Cammino sinodale. E anche quella sarà una “missione” da compiere per fare in modo che il Sinodo da metodo sperimentato e collaudato si trasfiguri in stile ecclesiale.

 

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