La Chiesa di Lecce si è ritrovata in preghiera per le missioni nella Veglia missionaria diocesana che si è svolta ieri sera presso la chiesa parrocchiale di Sant'Antonio Abate in Carmiano.

 

 

La celebrazione non è stata presieduta, come previsto, dall’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta, assente per malattia, ma da mons. Vincenzo Marinaci, vicario episcopale per la pastorale, alla presenza di fedeli laici e religiosi e dai rappresentanti delle realtà ecclesiali provenienti dalle comunità della diocesi.

Aprendo la Veglia, organizzata dal Centro missionario diocesano, diretto dal diacono Vinicio Russo, don Vincenzo ha portato il saluto affettuoso dell'arcivescovo, che con grande dispiacere ha dovuto rinunciare a presiedere questa veglia di preghiera: “nella Chiesa non si agisce mai a titolo personale o da soli. Anche questa mia presenza qui tra voi stasera è un piccolo segno di ciò che stiamo celebrando. Siamo membra di un unico corpo, dove le fragilità di uno sono sostenute dalla disponibilità dell'altro, per camminare insieme”.

Sul presbiterio erano stati posti i segni della veglia: il rosario missionario, le ceste con le coroncine, il mappamondo. L'animazione dei canti e delle coreografie è stata affidata al coro e ai danzatori del Centro missionario diocesano, con la partecipazione di alcune Suore Salesiane dei Sacri Cuori che si sono esibite nelle danze tipiche dei loro Paesi.

Il tema scelto, “Uno in Cristo, uniti nella missione”, ha assunto un valore ancora più profondo nel centenario della Giornata missionaria mondiale: “da cento anni la Chiesa si ferma per ricordare a se stessa una verità fondamentale: o siamo missionari o non siamo cristiani. La missione non è un optional della fede, non è un'attività per un gruppo di appassionati o una delega che diamo a pochi eroi partiti per terre lontane. Con il Battesimo ognuno di noi ha ricevuto lo stesso identico mandato - ha ricordato don Marinaci -, questo significa che ogni battezzato, ogni famiglia e ogni comunità è allo stesso tempo terra di missione e speranza di annuncio”.

La Veglia si è articolata in quattro momenti. Il primo momento ha invitato a guardare con sincerità il cuore e a chiedere perdono per tutte le volte in cui non si è stati segno di comunione. Con forte impatto sono stati strappati cinque cartelloni con le scritte divisione, ascolto, giustizia, coerenza e comunione, a cui hanno fatto eco le letture bibliche.

Il secondo momento, “La Parola che invia”, ha visto l'intronizzazione del Vangelo accompagnata dai cinque ceri dei cinque continenti, simbolo della Parola che, insieme alla preghiera, ricuce gli strappi e le divisioni, e la proclamazione di Matteo 28,16-20: “Andate, dunque, e fate discepoli tutti i popoli”. Commentando il brano (IL TESTO INTEGRALE), don Marinaci si è soffermato sull'annotazione dell'evangelista: quando lo videro, si prostrarono, essi però dubitarono. “È straordinaria questa annotazione dell’evangelista Matteo - ha continuato il vicario episcopale per la pastorale -,  c'è spazio per il dubbio, c'è spazio per la fragilità, persino davanti a Gesù Risorto. La missione inizia sempre così, non dalle nostre capacità, ma da Gesù che accorcia le distanze. Si fa vicino ai nostri dubbi e ci avvolge con la sua fiducia. E da quella vicinanza nasce il mandato. Ma Gesù non ci manda allo sbaraglio. Il mandato è sigillato dalla promessa più grande che l'umanità potesse ricevere: ‘ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’”.

Il terzo momento, “La convivialità delle differenze”, ha visto l'ingresso in chiesa dei drappi colorati, simbolo dei vari continenti, con il canto e la danza. I diversi colori non rappresentano divisione, ma la bellezza di una Chiesa universale: popoli differenti, culture diverse, lingue e volti molteplici riuniti nell'unico amore di Cristo.

Sono state riprese le parole profetiche di don Tonino Bello: La pace è la convivialità delle differenze, l'altro è un volto da scoprire, da contemplare e la carezza non è mai un prendere per portare a sé, è sempre un dare”. A queste parole don Marinaci ha unito il ricordo di San Carlo Acutis: tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie. “Il Signore non ci vuole fotocopie, non ci vuole tutti uguali o omologati - ha ricordato - ci chiama a essere originali, capaci di sedersi all'unica tavola dell'umanità, portando ciascuno la propria unicità come un dono per gli altri. La diversità di culture, lingue e cammini non rompe l'unità, ma arricchisce il meraviglioso mosaico della Chiesa, dove l'altro non è mai una minaccia, ma un volto da scoprire”.

Il quarto momento, il mandato missionario, ha visto la consegna a tutti i rappresentanti della comunità ecclesiale delle coroncine missionarie con il rosario missionario e di un tassello di puzzle, simbolo dell'unione che tutti siamo chiamati a ricostruire con la preghiera. Come ha sottolineato il celebrante: “quel tassello ci dice che ognuno di noi ha un posto unico e insostituibile nel disegno di Dio, ma che da solo non forma alcuna immagine. Ha bisogno di incastrarsi con la vita del fratello. E lo faremo attraverso la preghiera. La missione si fa in ginocchio. È la preghiera che ricuce i pezzi strappati del mondo”.

Come ultimo gesto è stata vissuta la piantumazione dell'alberello di ulivo, simbolo della pace, ricevuto in dono lo scorso anno dalla Delegazione della Moldavia e custodito con cura dagli Scout. L'ulivo è il simbolo della pace piantato per mettere radici proposte di riconciliazione e far fiorire frutti di speranza ovunque il Signore ci chiami.

La Veglia si è conclusa con l'invio del mandato missionario a tutti i presenti, la preghiera di invocazione a Maria Regina della pace e delle missioni, la benedizione finale: “Sentiamoci mandati nel mondo con il sorriso, con la gioia dell'annuncio, senza paura dei nostri dubbi perché il Risorto cammina con noi”, è stato l'augurio finale del celebrante affidato alla protezione di Maria, perché aiuti la Chiesa di Lecce a essere segni vivi dell'amore di Cristo in mezzo al mondo, vivendo la missione in loco e facendo delle parrocchie il centro pulsante da cui avviare percorsi concreti di evangelizzazione: non missioni al popolo ma popolo in missione.

 

 

Racconto per immagini di Arturo Caprioli 

 

 

 

 

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