Seconda tappa del convegno liturgico-pastorale diocesano "Molte membra, un solo corpo" promosso dall'Ufficio liturgico diocesano diretto da don Mattia Murra con il supporto dell'Équipe sinodale diocesana.

 

 

Nell'aula magna della Curia arcivescovile a Castromediano, si è tenuto ieri sera il secondo dei tre appuntamenti, trasmesso in diretta da Portalecce, per la regia di Alessio Albanese (RIVEDI), dedicato al tema "La corresponsabilità liturgica: via pratica per una ecclesiologia di comunione. Dai ruoli di potere ad una rinnovata visione di Chiesa".

Ospite il Fabrizio Carletti, co-fondatore del Centro studi Missione Emmaus, collaboratore dell'Ufficio catechistico nazionale e per cinque anni direttore di un oratorio.

Introducendo la serata è stato richiamato il passaggio dalla prima alla seconda tappa: dalle pietre alle persone, dai luoghi ai processi. Il cammino sinodale, infatti, ci chiede di passare dalla delega alla corresponsabilità.

Carletti ha scelto di partire proprio dalla parola più scomoda del titolo: potere. Richiamando l'antropologia, ha spiegato: "Il potere è capacità di generare, è un verbo, non è un sostantivo. Noi lo vediamo come un sostantivo, qualcosa che si possiede. Invece è un verbo, è una possibilità di possenza, capacità che la vita, che dentro ognuno di noi desidera esprimersi".

Il principio di teologia pastorale da cui partire è chiaro: "Dietro ogni prassi esiste una visione. Dietro ogni prassi, la prassi liturgica, dietro il modo di concepire la forma della parrocchia o un consiglio pastorale, è determinato da una visione. O meglio ancora, dietro ogni prassi c'è una teologia, c'è anche una visione di Dio e anche un'antropologia". Il problema, ha aggiunto, nasce quando "entriamo in una nuova visione, però la prassi ancora in atto è collegata alla visione precedente, per cui si crea una frattura".

Perché riflettere oggi su ministerialità e nuove prassi? Perché viviamo un cambio d'epoca, come ha detto Papa Francesco. "Nei cambi d'epoca le istituzioni vanno in crisi, ed è una grande opportunità, perché la crisi porta in sé un potenziale di rinnovamento". Citando Michel de Certeau, ha descritto la frattura tra forme e prassi consolidate e l'esperienza di vita delle persone, che non trovano più nelle nostre prassi qualcosa di significativo. Lo ricorda anche il documento finale del Sinodo: "La liturgia è esperienza, è atto di vita, per questa ragione la distanza percepita tra le celebrazioni liturgiche e la vita concreta rende necessario ripensare i gesti".

E ancora, guidare una comunità significa tenere insieme tre funzioni, i tria munera: sacerdotale, profetico e regale: "Nessun essere umano è in grado di fare bene queste tre cose. Non il sacramento che ci dà la completezza, anzi, è proprio grazie all'incompletezza che la vita va oltre me stesso". Quando la guida cerca di essere condottiero solitario, la struttura assume i suoi limiti.

Da qui la distinzione tra responsabilità e potere: "Non si delega mai la responsabilità, si delega il potere, nel poter procedere su alcune cose". La responsabilità resta, si esercita come episkopè, supervisione dell'apostolicità e cattolicità dell'azione.

Sull'esercizio del potere ha aggiunto: "Il potere si esercita nel poter fare e si esercita nel poter non fare. Il problema di oggi non è la nostra onnipotenza, il problema di oggi è che non sappiamo più usare la nostra capacità di impotenza. Il poter non fare è proprio questa sottrazione dell'agire per permettere che altro avvenga oltre se stesso. È quell'incompletezza che permette che altri entrino in questo dinamismo".

Chiaro anche il passaggio sulla corresponsabilità: "Molto spesso confondiamo la partecipazione con il coinvolgimento, l'appartenenza è simbolica, non è prassiologica. Deriva dal fatto che condividiamo una visione e poi la celebriamo all'Eucaristia". E ancora: "La corresponsabilità non è fare assieme delle cose. Quando parliamo di corresponsabilità vuol dire che abbiamo una delega di potere".

Sulla formazione, Carletti ha insistito che non avviene per conferenze: "Come fa una persona ad entrare in una visione di Chiesa? Non avviene perché ti faccio una conferenza. La corresponsabilità non si educa. È la corresponsabilità che educa. Le cose più profonde, si prendono e non si apprendono".

Infine, il legame tra liturgia e vita quotidiana: "Quando parliamo di ministerialità nella liturgia non parliamo solo delle ministerialità istituite. C'è un gruppo che accoglie le persone all'ingresso che vuol dire essere comunità, essere comunità vuol dire essere visti".

A margine il richiamo al cambio di ritmo chiesto dal Cammino sinodale: "Dobbiamo cambiare la cadenza, il modo in cui ci cadono addosso le cose. Pensare è scomodo, ascoltare è scomodo. Fare è comodo. La realtà è scomoda. Amare è scomodo. Il male è comodo". In chiusura il proverbio: "Andare veloci si va da soli, ma andare lontano si va insieme".

La tre giorni del convegno si chiuderà questa sera, con il don Jaume González Padrós, sacerdote di Barcellona e docente di liturgia, su "I ministeri nella Chiesa. Un approccio liturgico" (LEGGI).

 

 

Photogallery di Arturo Caprioli.

 

 

 

 

 

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