Lo scorzo 13 ottobre si è svolto il terzo incontro del ciclo promosso dalla Fabbrica di San Pietro per celebrare il quarto centenario della dedicazione della basilica vaticana. Tra gli interventi all’Altare della Cattedra, quello di don Vito Mignozzi, preside della Facoltà teologica pugliese. Portalecce, per gentile concessione dell’autore, pubblica un corposo estratto della sua relazione.

 

 

 

INTRODUZIONE

Fin dai primi secoli, i cristiani riferendosi Roma, e in particolare alla tomba di Pietro, hanno fatto ricorso ad un'espressione che vale la pena di recuperare: limina apostolorum, la soglia degli apostoli. Non semplicemente "la città degli apostoli", ma la loro soglia: il luogo dove ci si ferma, dove si bussa, prima di essere ammessi a qualcosa di più grande. Per secoli, uomini e donne hanno percorso a piedi centinaia, a volte migliaia di chilometri, spinti da un bisogno di fede, da un peccato da espiare, da un voto da sciogliere, per arrivare, dopo settimane o mesi di cammino, davanti a una porta.

Chi entra oggi in San Pietro custodisce ancora qualcosa di questa esperienza antica. Il pellegrino, a differenza del semplice visitatore, non si limita a vedere un luogo: vi entra per esserne, in qualche modo, toccato. La domanda che orienta la mia riflessione è allora questa: soglia di che cosa? Che cosa custodisce, davvero, questo spazio, oltre alla sua indiscutibile bellezza?

La Basilica non va guardata anzitutto come un monumento, ma come un segno che, come ogni soglia, non vale per se stesso, ma per ciò a cui introduce. Ciò che essa rende visibile non è se stessa, ma la Chiesa una e universale, che in quel luogo può riconoscere il proprio volto concreto. In tal senso «varcare la soglia d'ingresso a San Pietro non è tanto il segno della nostra capacità di entrare nel mondo di Dio quanto il segno della nostra risposta all'invito di Colui che ci è venuto incontro per primo, scardinando le chiusure che impediscono l'abbraccio tra Dio e uomo. Nel segno di oltrepassare la porta della chiesa è evocato l'ingresso nel mistero di Cristo vivente nella Chiesa, "una, santa, cattolica, apostolica", ossia la comunione di chi rimane unito al Signore Gesù come i tralci alla vite» (C.M., 85).

Tre parole faranno da bussola, tre tappe di questo stesso pellegrinaggio: memoria, comunione, unità. La Basilica custodisce la memoria delle origini apostoliche; rende visibile, ogni giorno, la comunione tra i popoli che costituisce la cattolicità della Chiesa; è il luogo in cui Pietro e i suoi successori esercitano un ministero orientato all'unità nella Chiesa e tra le Chiese. Tre passaggi che convergono verso un'unica verità: la Basilica di San Pietro è la soglia attraverso cui la Chiesa universale può riconoscere visibilmente se stessa, radicata nella memoria apostolica, convocata nella comunione dei popoli, custodita nell'unità attraverso il ministero petrino.

 

LA BASILICA DI SAN PIETRO LUOGO CHE CUSTODISCE LA MEMORIA DELLE ORIGINI

La memoria, anzitutto. Ci sono luoghi in cui la memoria non è un deposito di fatti passati, ma ciò che rende comprensibile, ancora oggi, l'identità di chi vi si raccoglie. La Basilica di San Pietro è uno di questi.

Sotto l'altare della Confessione, gli scavi del secolo scorso hanno individuato con ragionevole certezza la tomba dell'apostolo Pietro: un piccolo sacello, eretto già a metà del secondo secolo, accanto al luogo che la tradizione ha sempre indicato come teatro del suo martirio, il circo di Nerone. La memoria custodita dalla Basilica trova così un riscontro che la storia stessa consegna alla nostra venerazione.

Ma fermarsi al dato archeologico significherebbe mancare l'essenziale. Quella tomba è il sigillo di una testimonianza: martys, testimone, è colui che rende testimonianza nel dono della vita stessa. Pietro non è ricordato qui anzitutto per ciò che ha insegnato o per l'autorità esercitata, ma perché la sua testimonianza al Signore ha raggiunto qui il compimento estremo. Non a caso Giovanni, dopo il triplice «Mi ami tu?» (Gv 21,15-17), aggiunge una parola che pesa come una profezia: «un altro ti cingerà e ti porterà dove tu non vuoi», con cui Gesù «indicava con quale morte egli avrebbe glorificato Dio» (Gv 21,18-19). Il martirio non interrompe la vocazione di Pietro: la porta a compimento, come forma ultima di quell'amore che gli era stato chiesto di confessare tre volte.

C'è poi un secondo livello, fondativo: le origini custodite qui sono quelle della Chiesa stessa, su un doppio registro. Un fondamento cristologico: la Chiesa nasce dalla Pasqua di Cristo, e il martirio di Pietro ne è una partecipazione storicamente situata. E un fondamento petrino: a Cesarea di Filippo, dopo la confessione «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16), Gesù consegna a Simone un nome nuovo e un compito che nessun uomo potrebbe darsi da sé: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,18). Senza idealizzare: pochi versetti dopo Pietro è rimproverato con durezza - «Va' dietro a me, Satana!» (Mt 16,23) -, e Luca ricorda che Gesù ha dovuto pregare perché la sua fede non venisse meno (Lc 22,32). La pietra non è tale per meriti propri: lo diventa attraverso una fragilità riconosciuta, attraversata e infine consegnata fino al martirio.

La Basilica custodisce dunque la memoria di un'origine martiriale della Chiesa: non di potere, né di successo, ma pagata con il sangue di un testimone. Ed è significativo che nell'abside sia custodita proprio una Cattedra, il monumento con cui Bernini racchiude l'antica cattedra lignea, sorretta dai quattro grandi dottori della Chiesa. In questa luce la cathedra Petri richiama direttamente la croce: come la croce rivela la regalità di Cristo proprio attraverso il dono totale di sé, così quella cattedra non può essere compresa separata dal martirio che la fonda. È una cattedra crocifissa: autorevole non perché sovrasta, ma perché resta configurata a Colui che ha regnato dall'alto di un patibolo. La sede è veramente apostolica solo dove la testimonianza è stata resa fino al sangue.

Lo aveva intuito il cardinale inglese Reginald Pole, tra i protagonisti delle prime discussioni tridentine, il quale, nel suo trattato De Summo Pontifice, mette in stretta relazione la sedes vicarii Christi con la crux Christi: Pietro ha posto la propria sede a Roma nel momento stesso in cui, con il martirio, vi ha piantato la croce di Cristo. Ed è proprio dalla propria croce, cioè dalla sedes Petri, che il Papa è chiamato a esercitare la sollecitudine per la Chiesa universale.

Questa memoria, infine, non è un ricordo fissato nel passato. La liturgia che ogni giorno si celebra su questa tomba rimanda alla logica del memoriale: come ricorda Sacrosanctum Concilium, nell'eucaristia la Chiesa non ricorda un fatto concluso, ma rende presente, in modo sacramentale, l'origine della propria vita. Chi si raccoglie qui non compie un gesto nostalgico: lascia che gli sia ricordato da dove viene e su quale fondamento sta. È memoria viva, per una Chiesa viva, che continua a generare identità e missione. Si può edificare qualcosa di duraturo e universale soltanto a partire da una testimonianza che non si è risparmiata in nulla.

 

LA BASILICA DI SAN PIETRO: SEGNO VIVO DI COMUNIONE TRA I POPOLI

Passo al secondo tratto del cammino: la comunione. Chi attraversa Piazza San Pietro in un giorno qualunque sente lingue di ogni parte del mondo, incrocia volti di ogni continente, abiti, colori, sensibilità diverse, e tutti convergono verso la medesima soglia. Non è un effetto collaterale della fama del luogo, ma un tratto costitutivo di ciò che esso è, e va interrogato teologicamente: che cosa significa questo incessante convergere di popoli?

I profeti lo avevano intravisto. Isaia, guardando a Sion, scrive: «Alla fine dei giorni... ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: Venite, saliamo sul monte del Signore» (Is 2,2-3); e ancora: «Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere» (Is 60,3). Il Salmo 87 canta Sion come madre di tutti i popoli, dove ciascuno può dire di essere nato. I pellegrinaggi che ogni giorno raggiungono San Pietro sono la figura cristiana di quella attesa: non più proiettata soltanto in avanti, ma realizzata ogni giorno, visibile in una piazza.

Qui sta il tratto che rende la Basilica davvero unica. L'universale - la cattolicità della Chiesa - non si mostra nonostante la sua realizzazione in un luogo particolare, ma proprio a partire da essa. È a Roma, in questa Chiesa particolare, con la propria storia e geografia, che l'universale trova casa. Il Concilio afferma delle Chiese particolari che «in esse e a partire da esse esiste la Chiesa cattolica, una e unica» (cf. LG 23); nella Chiesa di Roma questo trova un'applicazione paradigmatica: il particolare non riduce l'universale, lo rende accessibile, sperimentabile, celebrabile.

Ciò accade soprattutto nell'eucaristia, dove la cattolicità cessa di essere un concetto e diventa un evento. Chi presiede quelle celebrazioni presiede, secondo l'antica espressione di Ignazio di Antiochia, «nell'agape», nella carità, la Chiesa di Roma. Attorno a questa presidenza, le Chiese venute da ogni parte del mondo toccano con mano che la catholica si esprime anzitutto nella communio ecclesiarum: non un'uniformità amministrativa imposta dall'alto, ma una comunione tra Chiese che restano, ciascuna, se stessa. Le tante pietre della Basilica rimandano alle pietre vive che sono i battezzati, gente di ogni lingua e paese, stretta in una comunione che di tanti fa un corpo solo. «Uno è Dio - dice Cipriano -, Cristo è uno, una la sua Chiesa, una la sua fede, uno il suo popolo, congiunto col glutine della concordia in una solida unità di corpo» (Cipriano, De catholicae Ecclesiae unitate, 23, citato in Leone XIII, Satis cognitum). L'unità non è l'uniformità di un blocco, ma la tenuta di un corpo vivo.

Questa comunione è, in ultima analisi, uno scambio di doni. La Chiesa universale - lo suggerisce la Lumen gentium, quando ricorda che le singole parti conferiscono i propri doni alle altre e a tutta la Chiesa - non si costruisce per sottrazione delle differenze, ma per la loro reciproca offerta. In San Pietro questo scambio, normalmente invisibile, diventa per un istante visibile: ogni popolo porta un dono che nessun altro possiede allo stesso modo, e ne riceve uno che da solo non avrebbe potuto darsi.

Ne nasce un doppio movimento. Centripeto, perché la Basilica è luogo di approdo, dove popoli e Chiese convergono e si sentono accolti. Centrifugo, perché è luogo di ripartenza: il dono ricevuto si trasforma in invio, si fa di nuovo cammino verso le Chiese di provenienza. I due movimenti non si succedono: si generano a vicenda. La Basilica non è un capolinea, ma un cardine. Come le genti, secondo Isaia, camminano alla luce ricevuta a Sion per portarla altrove (cf. Is 60,3), così i popoli che convergono su San Pietro ripartono, portando verso le proprie terre il dono di una comunione che hanno potuto toccare con mano.

 

PIETRO E I SUOI SUCCESSORI: ARTEFICI DI COMUNIONE TRA LE CHIESE

La Basilica di San Pietro è anche la casa del successore dell'apostolo. Vengo così al terzo passaggio: perché, nella Chiesa, esiste il ministero di Pietro?

La Chiesa è un'istituzione in quanto deve dare forma storica a ciò che è nella sua identità più profonda: una comunione. Allora il ministero petrino non è un potere che si aggiunge dall'esterno per governarla dall'alto, ma ciò che quella stessa comunione richiede per restare visibilmente una: un primato della comunione, non un primato sulla comunione.

Questo primato ha una duplice forma personale. C'è la successione di Pietro: il vescovo di Roma, erede di colui che per primo ha confessato «Tu sei il Cristo». E c'è la successione del collegio apostolico: i vescovi, in comunione tra loro e con il vescovo di Roma. Il collegio, afferma il Concilio, esercita la propria potestà «sempre in comunione col Romano Pontefice... mai senza questo capo» (cf. LG 22). Non due poteri paralleli, ma un unico servizio che si declina in due modi distinti e inseparabili.

I Padri lo attestano. Cipriano osserva che il Signore, benché «a tutti gli Apostoli, dopo la sua risurrezione, dia uguale potestà», tuttavia «per manifestare l'unità, dispose autorevolmente che l'origine della stessa unità cominciasse da uno solo» (Cipriano, De unitate Ecclesiae, 4, citato in Satis cognitum). E Leone Magno scrive di Pietro che «avendo da solo ricevuto molte cose, nulla passò in alcuno senza la sua partecipazione» (Sermo IV, 2). Il singolare non prende il posto della pluralità: ne è l'origine e il riferimento, perché l'unità dei molti sia visibile.

La ragione profonda sta nella sacramentalità della Chiesa, «in Cristo, come un sacramento, cioè segno e strumento» dell'unione con Dio e dell'unità del genere umano (LG 1). In Cristo questa sacramentalità ha preso forma personale attraverso l’evento dell’incarnazione. Non stupisce che anche l'unità della Chiesa prenda forma personale nelle due successioni, petrina e collegiale. Unità e pluralità non sono forze contrapposte da tenere in equilibrio, ma in interdipendenza costitutiva; e il ministero petrino-collegiale ne è la forma vivente: mostra che si può essere insieme uno e molti - un capo e un collegio - senza che l'uno tolga nulla all'altro.

È l'accento che Leone XIV ha voluto dare fin dall'omelia d'inizio del ministero, il 18 maggio 2025, esprimendo come "primo grande desiderio" quello di «una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato». Più di recente, inaugurando un Concistoro straordinario, ha affermato: «Sinodalità e collegialità sono forme della fraternità cristiana, che ci lega come battezzati e come vescovi». E, con una frase che meriterebbe di essere scolpita accanto a quella di Ignazio sulla Chiesa «che presiede nella carità»: «l'aiuto che potrete darmi, nell'esercizio del ministero petrino, trova in me chi chiede, non chi comanda». «L'autorità del primato», ha spiegato, «è propria di chi ascolta e solo perciò guida, di chi apprende e solo perciò insegna, sempre alla sequela dell'unico Maestro».

Ma che cosa si trasmette da Pietro ai suoi successori? Non la sua esperienza irripetibile di testimone del Risorto, che resta fondativa una volta per tutte: l'Apocalisse vede le mura della Gerusalemme celeste fondate su dodici pietre con i nomi dei dodici apostoli dell'Agnello (cf. Ap 21,14). Si trasmette il munus, l'ufficio che Cristo ha istituito in Pietro come «principio e fondamento perpetuo e visibile di unità di fede e di comunione» (LG 18). Ogni successore non "diventa" Pietro, ma riceve ed esercita, in forma sempre nuova eppure identica, lo stesso ministero: confessare la fede, confermare i fratelli (cf. Lc 22,32), pascere il gregge (cf. Gv 21,15-17); chiamato, come lui, a configurare la propria autorità a quella croce su cui quel ministero fu, la prima volta, sigillato col sangue.

Anche questa continuità è attestata dai Padri. Ireneo scrive che alla Chiesa di Roma «per una più degna supremazia è necessario che concordi ogni Chiesa» (Contra haereses, III, 3, 2): non sottomissione, ma convergenza attorno a un centro. E Cipriano la chiama «radice e madre della Chiesa cattolica». Espressioni che trovano un'eco visibile proprio qui, dove la Cattedra è custodita nell'abside e i popoli che vi convergono si riconoscono membra di un solo corpo.

Pietro e i suoi successori, dunque, sono artefici di comunione tra le Chiese non perché si pongano sopra di esse, ma perché ne assumono, in forma visibile e personale, l'unità nella pluralità: un ministero che trova la propria autorità non nel comando, ma nell'ascolto; non nel potere, ma nell'amore.

 

CONCLUSIONE

Chiudo con un dato di attualità. Questo anno segna i quattrocento anni dalla dedicazione della Basilica: fu Urbano VIII, il 18 novembre 1626, a consacrarla, sul luogo dell'antica basilica costantiniana che già custodiva la stessa tomba. Quattro secoli, ma un'unica pietra di fondazione: come ha ricordato l'archeologo della Fabbrica di San Pietro, il dottor Pietro Zander, «questa basilica sorge sulla terra bagnata di sangue». È la memoria martiriale di cui abbiamo parlato.

Ed è a partire da quella memoria che la Basilica continua a esercitare il proprio ruolo: luogo attorno a cui la comunione delle Chiese si raccoglie, riconoscendo nel successore di Pietro non un potere che le sovrasta, ma un principio di unità che le serve. Come ha affermato il cardinale Mauro Gambetti, arciprete di San Pietro, milioni di persone continuano a varcare quella soglia perché «qui le persone ricercano le radici della fede: è la ricerca dell'eternità».

In questa ricerca si tengono insieme, ancora una volta, l'universale e il particolare. Quattro secoli di pietra non custodiscono un'idea astratta di Chiesa, ma un luogo preciso, una tomba precisa, un nome preciso; ed è proprio a partire da questa concretezza che la cattolicità della Chiesa continua a rendersi visibile, non nonostante la particolarità di quel luogo, ma grazie ad essa.

*preside della Facoltà teologica pugliese

Foto: Vatican Media

 

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