Dopo il primo incontro (LEGGI) che ha acceso il dibattito sul rischio di una genitorialità iperprotettiva, il secondo appuntamento presso l’oratorio parrocchiale di Merine, si è rilanciato una questione ancora più urgente: la crescita dei bambini dentro un mondo sempre più virtuale, che rischia di impoverire relazioni, esperienze e autonomia.

Dalle riflessioni emerse con il pedagogista Ezio del Gottardo appare chiaro un dato: i bambini di oggi vivono una solitudine nuova, spesso invisibile. Non è l’isolamento fisico, ma quello relazionale ed esperienziale. Una vita “al chiuso”, scandita da ambienti progettati dagli adulti e da connessioni digitali che sostituiscono il contatto reale. Vita virtuale, artificiale e iperprotetta. Una condizione che riduce le occasioni di socializzazione autentica tra pari e limita la possibilità di sperimentare il mondo, la natura, la cosiddetta “aria aperta”.
Televisione, smartphone, videogiochi, piattaforme digitali diventano oggi gli ambienti prevalenti di crescita, sottraendo spazio all’esperienza diretta. Il risultato è ciò che viene definito come una generazione “B.A.D.I.”: bambini artificiali, digitali, iperprotetti. Una definizione forte, ma che richiama effetti concreti: fragilità emotiva, difficoltà relazionali, riduzione dell’autonomia e perdita di competenze essenziali alla vita. Abbiamo quindi, da quanto emergeva nella discussione accesa, la necessità di costruire contesti educativi reali, fatti di esperienze dirette, anche un po’ rischiose, dove i bambini possano scegliere, muoversi, sbagliare e crescere.
Non si tratta di abbandonare la protezione, ma di trasformarla in fiducia, in un gruppo di ragazzi che senza i dispositivi possano sentirsi bene fra di loro. Educare non è solo trasmettere regole, ma aiutare i bambini a ritrovare un equilibrio tra sé, gli altri e il mondo. Un’educazione che rimetta al centro relazioni, natura, corporeità, tempo vissuto. Dentro questo scenario, emerge con forza una responsabilità che non può più essere individuale.
I genitori, spesso disorientati e soli, rischiano di oscillare tra controllo e permissività, senza strumenti adeguati. È qui che nasce l’urgenza di una alleanza educativa. Nessuna famiglia può affrontare da sola la sfida del virtuale. Serve una comunità: genitori che si confrontano, che condividono regole, che si sostengono nelle scelte educative. Solo così si può evitare l’isolamento anche degli adulti, primo passo verso incoerenze e fragilità educative.
L’invito che è emerso dall’incontro è chiaro: non demonizzare la tecnologia, ma ridarle il giusto posto, restituendo centralità alla vita reale. E, soprattutto, non sentirsi soli. Perché educare oggi è una responsabilità condivisa, che chiede coraggio, coerenza e comunità.

