La comunità parrocchiale di San Pio X in Lecce riparte dal nuovo altare.

 

 

Lo ha consacrato ieri sera l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta durante la solenne concelebrazione eucaristica con il rito della dedicazione del nuovo altare, alla presenza di una numerosa assemblea di fedeli, di sacerdoti e di collaboratori pastorali.

Particolarmente emozionante è stato il rito dell'unzione con l'olio crismale versato a fiotti sulla mensa e l'incensazione del nuovo altare, avvolto dal fumo dell'incenso come segno dell'offerta e della preghiera che sale a Dio, momento che ha segnato il culmine della liturgia di dedicazione.

Nella sua omelia (IL TESTO INTEGRALE) mons. Panzetta ha ricordato alla comunità guidata da don Carlo Calvaruso il valore decisivo di questo passaggio per la storia della parrocchia leccese istituita dal vescovo Francesco Minerva (primo parroco don Raffaele Perulli): “quello che stiamo vivendo insieme è un momento importante della storia di questa comunità e non lo è solamente perché dal punto di vista architettonico si porta a compimento la costruzione di questa chiesa attraverso l'altare fisso, in pietra, come chiedono le norme della liturgia, ma anche perché la comunità cristiana è giunta a questo appuntamento attraverso un itinerario formativo”.

Richiamando l'Ordinamento Generale del Messale Romano, l'arcivescovo ha sottolineato che l'altare deve essere fisso, ancorato, perché è simbolo di Gesù Cristo, pietra viva: “Quando si entra in chiesa, guardando l'altare, tutti noi riconosciamo qual è il fondamento della comunità cristiana, non siamo noi. La chiesa ha un fondamento invisibile, ma è Gesù risorto, pietra angolare, pietra viva, e rimanendo aggrappati profondamente al mistero di Cristo, pietra viva, anche noi diventiamo pietre vive, scelte per la costruzione del Tempio”.

L'altare è stato indicato come il cuore pulsante della vita parrocchiale: “Questa è la ‘sala parto’ della parrocchia, tutto da qui nasce. Questa è la sala progettuale della parrocchia, tutto qui nasce. Da qui si viene istruiti nella Parola, alimentati dall'Eucaristia, da qui si parte per la missione. E quando la missione è vissuta bene si torna qui per rendere lode a Dio”.

Un pensiero particolare l'arcivescovo lo ha rivolto a chi ha reso possibile l'opera: “nelle nostre comunità sono i poveri che costruiscono le cose, sono le persone semplici che fanno le cose. Io penso che il Signore gradisca particolarmente le cose fatte così, con tante piccole gocce che diventano un mare di energie”.

Commentando le letture della dedicazione, mons. Panzetta ha poi indicato due atteggiamenti da apprendere attorno all'altare. Il primo è l'arte della benedizione, sull'esempio del Benedictus paolino: “È bello pensare che tra noi e Dio ci scambiamo le benedizioni, noi diciamo bene di Lui e Lui dice bene di noi”. Il secondo è l'arte di riconoscere i profeti: “attorno alla mensa pasquale dell'Eucaristia, attorno alla mensa della Parola, impariamo a riconoscere i profeti e a riconoscerli come un segno di Dio, anche se ci mettono in difficoltà, perché ci chiedono di cambiare”.

L'augurio finale lasciato alla comunità è stato di trovare veramente attorno all'altare del Signore un riferimento chiaro: “L'altare è l'orizzonte a cui guardare quando si entra nei luoghi santi in cui si svolge l'azione liturgica e la pietra viva è Gesù Cristo, da Lui tutto parte e a Lui tutto deve arrivare”.

 

Racconto per immagini di Arturo Caprioli.

 

 

 

 

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