A quarantaquattro anni dalla scomparsa del Venerabile Servo di Dio don Ugo De Blasi, la Chiesa di Lecce si prepara a rendere omaggio a una delle figure più luminose del proprio presbiterio.

Martedì 22 settembre, alle 18.00, presso l’aula magna della Curia arcivescovile (ingresso da Via Umbria a Castromediano), il Comitato Venerabile Servo di Dio don Ugo De Blasi ha organizzato un incontro per fare memoria di un sacerdote leccese che ha lasciato il segno attraverso le testimonianze di chi lo ha conosciuto.
L’evento vedrà i saluti introduttivi di Oronzino Invitto, coordinatore del Comitato e l’introduzione dell’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta. La serata, moderata da Wojtek Pankiewicz, sarà impreziosita dalle testimonianze e dagli interventi di Carla Centonze, di mons. Giancarlo Polito e di Nicola Paparella: uno spazio intimo e corale di confronto per riscoprire l’impronta spirituale e la vita virtuosa di un sacerdote sempre più vicino agli onori degli altari.
Tra i testimoni principali vi è proprio mons. Giancarlo Polito, maestro delle celebrazioni liturgiche episcopali emerito e attualmente rettore della basilica del Rosario in Lecce. La chiesa tanto amata da don Ugo, nella quale ha prestato il suo servizio di parroco, nella quale è improvvisamente deceduto mentre recitava il rosario e dove è sepolto.
La vita di don Giancarlo si è intrecciata con quella di don Ugo prima come seminarista, poi come sacerdote, come segretario dei vescovi Minerva e Mincuzzi e anche come notaio della fase diocesana della causa di beatificazione del Venerabile. Ed oggi come suo successore nella cura della basilica di Porta Rudiae.
Monsignore, che ricordo hai di don Ugo De Blasi prima da seminarista e poi da sacerdote?
Da seminarista provavo per lui una grande ammirazione. Don Ugo era il canonico penitenziere della cattedrale di Lecce, un sacerdote sempre disponibile e pronto ad accogliere i penitenti. Più avanti, mentre proseguivo gli studi in teologia, fu nominato vicario generale di mons. Minerva; ogni volta che rientravo a casa per le vacanze andavo sempre a rendere omaggio al vescovo e al vicario. Il mio ricordo è quello di un sacerdote molto pio, devoto, un uomo di profonda cultura e pazienza. Era straordinariamente vicino ai giovani sacerdoti, i quali gli volevano così bene che, una volta diventati presbiteri, avevano sempre il desiderio di invitarlo a pronunciare l’omelia della loro prima messa.
Ci hai ricordato che con mons. Minerva lui è diventato anche vicario generale: qual era il rapporto con il vescovo Minerva e il rapporto che lui - da mediatore tra il clero e il presule - aveva nei confronti dei sacerdoti?
Nel suo ruolo di vicario generale, don Ugo fu una guida spirituale e un punto di riferimento per l'intera diocesi. Stimava tanto tutti i sacerdoti e molti lo sceglievano come padre spirituale. Aveva una personalità forte e austera che a prima vista poteva incutere un po’ di timore, rendendo qualcuno restio ad avvicinarlo. Ma conoscendolo nel suo servizio di vicario, si scopriva un autentico anello di congiunzione tra il vicariato e l'episcopio. Un episodio significativo della sua umiltà riguarda proprio le sue visite in episcopio: benché da vicario avesse un ruolo di primo piano, quando, da segretario del vescovo, gli proponevo di farlo passare avanti per l’udienza privata rispondeva sempre con fermezza: “Devo rispettare il mio turno; quando toccherà a me, allora potrò entrare”. Un'altra sua grande impronta fu il legame profondo con i laici dell’Azione cattolica - gli stessi che poi si sono prodigati per la nascita del comitato a lui dedicato - e l'impegno come docente di teologia morale presso lo studentato dei Frati Minori a Fulgenzio.
Oltre alla tua esperienza personale, hai potuto vivere in qualità di notaio, la fase diocesana del processo di canonizzazione di don Ugo: quali sono i segni della santità venuti fuori dalle testimonianze raccolte durante quella fase del processo canonico?
Da tutte le testimonianze raccolte emerse in maniera corale l'immagine di un uomo pio, di vasta cultura e di grande silenzio, ma soprattutto di un pastore capace di ascoltare e consigliare sapientemente le anime che si accostavano al sacramento della riconciliazione. La sua caratteristica principale era l'immensa pietà mariana: aveva sempre il rosario tra le mani ed era devotissimo della Madonna del Rosario. Un uomo prudente, giusto e profondamente timorato di Dio.
Don Giancarlo, l’ultima domanda. A distanza di 44 dalla morte di don Ugo, la provvidenza ha voluto che tu oggi fossi rettore dove lui fu parroco e dove fra l'altro morì, la mattina di quel 6 febbraio, proprio ai piedi dell'altare della Madonna del Rosario: quali sono le sensazioni che si provano consapevole di compiere il tuo ministero in una in una chiesa dove è vissuto, ha pregato ed ha predicato un santo?
Ne avverto la responsabilità. Dinanzi a una figura così alta, sia davanti agli uomini sia davanti a Dio, ci si sente quasi niente. Qualsiasi sacerdote, messo a confronto con la santità e l'integrità del proprio sacerdozio vissute da don Ugo, avvertirebbe un senso di inadeguatezza. Per quanto ciascuno di noi si sforzi di compiere il proprio dovere con massima devozione, è difficile raggiungere l'altezza spirituale di un uomo che la comunità e la Chiesa avevano già riconosciuto come santo mentre era ancora su questa terra.


