Anche la Chiesa di Lecce vivrà comunitariamente a livello diocesano l’Ottobre missionario giovedì prossimo 16 ottobre, alle 20, con una Veglia missionaria diocesana, guidata dall’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta presso la chiesa parrocchiale di Sant’Antonio Abate in Carmiano.

 

 

 

Fratel Enrico Gonzales, comboniano della comunità di Cavallino, è uno dei volti della missione che la Chiesa universale celebra, in modo particolare, in quest’anno con i 100 anni dall'istituzione della Giornata missionaria mondiale.

Missione è annuncio, vicinanza, dialogo. Sono queste le tre parole che hanno guidato e guidano la vita di fratel Enrico, missionario laico originario di Napoli. Laureato in sociologia, ha conosciuto i Comboniani proprio a Napoli al termine dell'università. Dopo la formazione di base è approdato per la prima volta in Africa a Nairobi, in Kenya, poi al Cairo per studiare l'arabo in vista della missione in Sudan, a Khartoum. Qui, nella terra di San Daniele Comboni, ha lavorato per circa dieci anni al Comboni College insegnando e conoscendo i ragazzi e le loro famiglie, visitando le comunità cristiane. Successivamente è stato al Cairo, nella parrocchia di Sakakini, punto di riferimento per i sudanesi che arrivano in Egitto, impegnato nell'educazione e con i giovani egiziani e sudanesi. Dopo un periodo di pausa vissuto in Italia è stato assegnato a Cavallino, dove con i confratelli ha portato avanti iniziative di animazione missionaria, con i migranti e i giovani, occupandosi in particolare di dialogo interreligioso con l'Islam e di giustizia e pace. Proprio per la conoscenza dell'arabo gli è stato chiesto di andare in Ciad dove ha vissuto per dieci anni a N'Djamena e poi ad Abéché. Il Ciad è una bella missione ma chiede un impegno costante, come lui stesso racconta. Dopo questo lungo periodo ha chiesto un tempo in Italia ed è tornato a Cavallino per vivere con i confratelli la missione universale e comboniana nella Chiesa di Lecce, dove oggi risiede dopo il rientro dello scorso novembre.

Il comboniano ha così raccontato la sua esperienza di missione per i lettori di Portalecce, proprio per offrire una testimonianza in vista della Giornata missionaria mondiale.

Fratel Enrico, quando è rientrato dal Ciad e quanto tempo ha vissuto in missione?

Lo scorso novembre sono rientrato dalla missione in Ciad dove per 10 anni ho vissuto, lavorato in un paese difficile per il clima, non per la gente, accogliente, attenta, che vive la fede profondamente.

Ci può descrivere il Paese in cui ha operato?

Il Ciad è il quinto Paese per estensione geografica posto nel cuore dell'Africa, non ha sbocchi sul mare e confina con alcuni dei più problematici Paesi del continente, basti pensare alla Libia e al Sudan del Nord.

Che cosa rappresenta la Chiesa cattolica in Ciad?

La Chiesa cattolica ciadiana è la più giovane dell'Africa, tra tre anni si celebrerà il centenario dell'arrivo dei primi missionari provenienti dal Camerun nel sud del Ciad. È una Chiesa che deve fare i conti con l'Islam, religione ufficiale del Paese, con tradizioni culturali ancora molto forti.

Qual è stata la presenza dei comboniani in Ciad?

Noi Comboniani siamo presenti da oltre 40 anni, la prima missione fu fondata a Moissala, nell'attuale diocesi di Koumra. Poi pian pianino ci siamo allargati in altre zone del paese, fino al nord est, dove nella parrocchia Santa Teresa del Bambino Gesù ho lavorato per 4 anni.

Come è organizzata la Chiesa locale e chi ne sono i protagonisti?

Ho vissuto in comunità cattoliche impegnate nella testimonianza della fede, nel rendersi sempre più autonome finanziariamente, con un clero locale sebbene poco numeroso impegnato nell'annuncio, nell'evangelizzazione. Cosi come le religiose coinvolte in differenti campi quali l'educazione, la sanità, la promozione della donna. Una Chiesa dove i laici svolgono un ruolo primordiale nella diffusione della fede, nella catechesi, occupando spesso posti apicali nell'amministrazione, nella sanità, nella cultura, nell'educazione. È una Chiesa distribuita su 8 diocesi, la più recente, quella di Koumra, costola della diocesi di Sarh, ed un vicariato nell'estremo nord est tutte guidate da vescovi ciadiani, tranne la piccola diocesi di Gorè con un vescovo cappuccino italiano.

Una delle sfide più grandi è il dialogo con l'Islam. Qual è stata la sua esperienza?

Una delle sfide è essere Chiesa in un Paese a maggioranza musulmana. Io stesso, nei miei primi anni di missione nella capitale ciadiana, sono stato responsabile di un centro culturale, la Tenda d'Abramo, per il dialogo interreligioso. Anche ad Abéché, tra le altre cose, con una piccola équipe di giovani musulmani e cristiani, mi sono coinvolto nel dialogo interreligioso.

Cosa porta con sé di questa esperienza e come sta vivendo ora il ritorno in Italia?

Ho nel cuore i volti delle persone con le quali in questi anni ho lavorato, pregato, fatto festa. Vivere in un paese multireligioso e multiculturale mi ha aiutato a non fissarmi sulla mia identità forse perché conoscendo la lingua ho avuto la grazia di relazionarmi con le persone così come io sono, così come loro sono, rispettandoci e conoscendoci giorno per giorno. Il Ciad è una bella e dura missione, l'annuncio del Vangelo, la vita quotidiana delle comunità, le sfide e difficoltà economiche, politiche, il rapporto teso con l'islam: tutto ciò e ben altro è il bagaglio che ho con me. Ora che sono a Cavallino, facendo memoria di ciò, spero di vivere questo tempo con lo stesso entusiasmo, sognando di rientrare in Africa.

 

 

 

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