Il viaggio a Lampedusa, ma meglio e più giusto sarebbe parlare di pellegrinaggio a Lampedusa, chiude e delinea simbolicamente un triangolo immaginario che può essere tracciato su una carta geografica che abbraccia una parte dell’Africa, la parte estrema dell’Europa occidentale atlantica ed il lembo meridionale mediterraneo del Vecchio continente.

 

 

Ai vertici di questo triangolo potremmo riconoscere i luoghi ed popoli che, nel giro di poche settimane, Papa Leone ha raggiunto ed abbracciato dapprima nel suo viaggio apostolico compiuto in alcuni paesi africani; poi, altri luoghi e popoli raggiunti ed abbracciati nel viaggio compiuto in Spagna ed in particolare alle Isole Canarie; ed infine, la simbolica Porta d’Europa attraversata dal pontefice ieri, all’inizio del suo breve, ma pregno di contenuti spirituali e sociali, pellegrinaggio a Lampedusa.

Qui ha incontrato, oltre alle autorità civili e religiose ed agli operatori dell’accoglienza (doverosamente ringraziati), anche e soprattutto i poveri migranti sopravvissuti alle tragedie delle “traversate della speranza”, mentre in precedenza aveva sostato in preghiera silenziosa e commossa presso alcune tombe di chi non ce l’ha fatta. Naturalmente ed ovviamente, i pontefici incontrano tutti e vanno dappertutto, ma la scelta preferenziale rimane sempre quella per gli ultimi e per i luoghi “periferici (non solo geograficamente) del mondo”.

Il brano evangelico del “Buon samaritano”, scelto per la celebrazione eucaristica, attualizzato in modo ineccepibile da Papa Leone, ha reso ancor più ed ancor meglio il senso profondo di questo pellegrinaggio, chiarendo - se mai ce ne fosse stato bisogno - da quale parte della storia la Chiesa, i cristiani ed in generale le donne e gli uomini che si definiscono di “buona volontà”, dovrebbero decidere e scegliere liberamente di schierarsi e di stare.

Nel corso dell’omelia il Papa ha anche richiamato - del resto, come poteva non farlo - l’eredità di Papa Francesco, ricordando il suo primo viaggio apostolico, proprio a Lampedusa, l’8 luglio 2013. “Sono grato al Signore di potervi visitare sulle orme di Papa Francesco”, ha affermato il Papa. Ha poi aggiunto “Gli apostoli hanno navigato nel Mediterraneo sperimentando l’ospitalità delle sue isole e delle sue coste, crocevia di civiltà da millenni. Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono e le culture dialogano. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto viene evitato e lo scambio interrotto”.

“Purtroppo - ha continuato - in ogni tempo non manca chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri, negando persino davanti alla sofferenza e alla morte la comune origine in Dio e l’infinita dignità di ogni essere umano”. Da qui l’invito a riscoprire il significato autentico della prossimità. “Non c’è amore di Dio senza amore del prossimo e non c’è prossimo se io non mi avvicino. Fermarsi, abbassarsi e piangere davanti al dolore altrui, come ha fatto Gesù, significa entrare nel movimento dell’amore”.

Ed ancora “I morti nel Mediterraneo sono vittime anche delle nostre decisioni mancate!”. Parole e gesti, proclamate e compiuti da Papa Leone a Lampedusa, che sono in assoluta continuità con le parole ed i gesti di tanti altri testimoni e profeti di amore, fratellanza, ricerca della giustizia e della pace, che lo hanno preceduto, tra i quali solo a titolo di esempio citiamo il suo predecessore Papa Francesco, il nostro amato don Tonino Bello e San Francesco d’Assisi. Tutti testimoni fedeli di Gesù Cristo. Testimonianza alla quale è chiamato ciascuno di noi, perché, come ha detto Papa Leone richiamando l’esempio del buon samaritano, “È avvenuto ancora il miracolo della compassione. Una rivoluzione interiore che fa affiorare in noi il sentire di Dio e allarga i pensieri, il cuore e la vita”.

 

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