La domenica, al termine della messa, solitamente il parroco legge gli avvisi: l’incontro con i genitori del catechismo, la raccolta Caritas, ed ogni altra informazione sulla vita della parrocchia. Una parte ascolta, un’altra è già altrove. Il lunedì molte delle famiglie non sa nulla dell’incontro.

Qualcuno l’ha letto sul gruppo genitori, qualcun altro no; la locandina in bacheca è stata vista da pochi. Il martedì arriva il messaggio di una mamma che lamenta di non essere stata avvisata. È una scena ordinaria, che si ripete in molte comunità. Dietro c’è una considerazione più profonda di quanto sembri: la comunicazione è soltanto un problema organizzativo da risolvere, oppure riguarda il modo in cui una comunità vive e annuncia il Vangelo?
Comunicare non è un servizio accessorio della vita ecclesiale, ma una sua dimensione costitutiva. La fede nasce da una comunicazione. Dio non resta chiuso nel silenzio: parla attraverso la creazione, la storia di un popolo, i profeti. Il cristianesimo non è una dottrina da custodire, ma un annuncio da trasmettere e una relazione da coltivare.
Il Concilio Vaticano II lo ha messo in luce: la Chiesa, fondata da Cristo per portare la salvezza a tutti, sente il dovere di diffondere il messaggio evangelico, anche servendosi degli strumenti di comunicazione sociale. Pochi anni dopo, con l’istruzione pastorale sulle comunicazioni sociali Communio et progressio, pubblicata il 23 maggio 1971 dalla Pontificia commissione per le comunicazioni sociali, ha indicato nel Cristo il modello del comunicatore: colui che, incarnandosi, si è fatto vicino, ha parlato il linguaggio della gente, ha ascoltato prima di rispondere.
Ne discende una conseguenza semplice e impegnativa: se Dio comunica, la Chiesa non può non comunicare. La comunicazione non si aggiunge alla missione ma ne fa parte.
Per molto tempo si è pensato alla comunicazione come a un momento specifico: il bollettino, il sito, compiti affidati a pochi addetti. Ma diventa una funzione riduttiva se diventa l’unico modo di intendere la questione.
Il Direttorio della Cei, Comunicazione e missione (2004) ha proposto un passaggio decisivo: tutta la comunità è un soggetto comunicativo. Comunica il parroco nell’omelia e negli avvisi; comunica il catechista nel modo in cui accoglie un bambino; comunica il volontario della Caritas nello sguardo con cui riceve una persona in difficoltà; comunica il sagrato pulito o trascurato, l’orario delle messe sul web, il telefono della canonica che squilla spesso a vuoto.
Oggi tutto ciò vale di più. Ognuno di noi con uno smartphone in tasca è, di fatto, una voce digitale della comunità. Un commento aggressivo sotto un post, una foto pubblicata senza consenso, un messaggio inoltrato senza verificarlo… dicono qualcosa della Chiesa e della propria identità di credente. Per questo la comunicazione non può restare delegata, richiede una consapevolezza diffusa, una cultura comunicativa condivisa da tutta la comunità.
Papa Francesco, in Evangelii Gaudium (2013), sognava una Chiesa capace di trasformare stili, orari, linguaggi e strutture perché diventino canali adeguati all’evangelizzazione. È un criterio prezioso anche per la comunicazione: non si tratta di farsi vedere, ma di rendere più accessibile l’incontro con il Vangelo.
C’è poi un terzo aspetto, il più importante: nella comunicazione pastorale il contenuto e il comunicatore non si possono separare. Se annunciamo accoglienza e poi rispondiamo con freddezza, se parliamo di comunione e poi litighiamo sui social, il messaggio si svuota di importanza.
La coerenza tra ciò che si dice e ciò che si vive è il primo criterio di una comunicazione efficace. Prima ancora di chiederci quale canale usare o quante persone vengono raggiunte, occorre chiedersi: ciò che comunichiamo corrisponde a ciò che siamo?
Il magistero più recente rilancia questa esigenza in considerazione delle numerose trasformazioni digitali. Il messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali 2026 invita a custodire voci e volti umani in un tempo in cui l’intelligenza artificiale rende facile produrre contenuti senza volto e senza responsabilità. La comunità cristiana può offrire proprio questo: parole riconoscibili, firmate, abitate da persone vere.
Riconoscere che comunicare è parte della missione ha ricadute pratiche immediate:
- Si programma la comunicazione insieme alla pastorale: quando si promuove un’iniziativa, si decide anche come, a chi e quando comunicarla.
- Si ascolta prima di parlare: chi sono le persone a cui ci rivolgiamo e cosa si aspettano.
- Si cura la qualità, anche con mezzi poveri: un avviso chiaro, un orario corretto, una foto rispettosa.
- Si educa tutta la comunità a uno stile comunicativo evangelico, anche sui profili personali.

