Sono passati settant’anni e non ho potuto non fare un confronto osservando i teppisti che devastavano Milano, rubando dai negozi del centro, con i loro coetanei (forse non così giovani) che nelle strade di Budapest, nell’ottobre e novembre del 1956, versarono il loro sangue per cercare di ottenere quella libertà che i loro coetanei hanno abbondantemente, oggi, e la usano come abbiamo potuto vedere.

 

 

 

Certo, il mondo è profondamente cambiato. Siamo passati dall’epoca delle ideologie alla dittatura del relativismo. Dai tempi in cui nelle strade delle città del socialismo reale si combatteva per la libertà che, invece, veniva usata in Occidente per cercare di instaurare il socialismo, siamo passati al totalitarismo vissuto o desiderato del nichilismo del dopo 1989, un tempo nel quale forse si sta innestando una guerra ibrida contro le nazioni occidentali.

È ancora presto per cogliere le motivazioni autentiche di queste rivolte post-moderne, da parte di giovani e giovanissimi, addirittura di undici anni e sicuramente con molti minorenni. Possiamo però cominciare a fare qualche osservazione, anche sfruttando le banalità affermate in questi giorni e valutando le poche cose serie che sono state dette o scritte.

Anzitutto sarebbe utile smettere di incolpare la società, secondo lo stile del peggiore progressismo, per il quale la colpa è sempre degli altri e la responsabilità personale non esiste.

Con ragione Alessandro Sallusti ha scritto su Libero del 21 ottobre che, anzitutto, bisogna reprimere i responsabili, metterli in condizione di non nuocere, arrestarli sperando che non vengano immediatamente liberati da un magistrato compiacente e complice, come spesso è accaduto.

Saranno pur minorenni, ma devono capire che esistono il bene e il male e che, se si commettono dei reati, si finisce in galera. Saranno giovani, ma se sapessero che in prigione ci si rimane per qualche anno, credo che la maggioranza se ne starebbe a casa o, comunque, si comporterebbe diversamente.

La responsabilità personale non è percepita da quei bambini violenti e capricciosi probabilmente perché non hanno un papà e una mamma normali, oppure, se li hanno, sono i genitori del Sessantotto, e allora si comprende perché questi poveri ragazzi non hanno ricevuto un’educazione che prevede il “no” e la nozione di castigo quando si infrangono le regole.

Ricordo un grande educatore, don Chino Pezzoli, che ci diceva, con le lacrime agli occhi, che i maggiori responsabili dei giovani finiti nelle case di recupero per drogati che lui dirigeva erano proprio i genitori, che non erano stati capaci di dire dei no ai loro figli, non facendo loro capire che ci sono dei limiti ai propri desideri e che le azioni hanno delle conseguenze.

In questo senso la società è sì colpevole, e la famiglia (quando c’è) lo è in modo particolare, ma questo, appunto, non deve portare a soprassedere sulla responsabilità personale.

Troppi bambini oggi (credo lo vedano tutti) sono figli di una cultura coscientemente permissiva, con il risultato che crescono senza avere l’idea del limite, dell’ordine, dell’obbligo del rispetto del bene pubblico e della proprietà altrui, anche dei negozi dove “vanno solo i ricchi” (cosa peraltro non vera, basta andare in via Torino a Milano il sabato pomeriggio, se non ci sono manifestazioni).

La repressione non basta, ma è necessaria, assolutamente necessaria e urgente.

Rimane il problema dei “grandi”, ben affrontato, per esempio, da un poeta come Davide Rondoni sulle pagine di Avvenire del 21 ottobre. Essi non hanno trasmesso nulla in questi decenni, un nulla forse (forse) peggiore delle ideologie pre-1989.

Ma il nichilismo produce giovani mostri, più o meno annoiati. E forse questi mostri sono diretti più o meno consapevolmente da attori esterni.

Qui arriviamo alla guerra ibrida, che peraltro esiste da oltre vent’anni, a prescindere dai maranza e dagli scontri dei giorni scorsi, come ha ben ricordato Andrea Morigi sempre su Libero del 21 ottobre.

Intanto bisogna osservare come sia strano che scoppino rivolte in tutte le principali città europee senza che ci sia un minimo di coordinamento. Ricordate il Quarantotto? Ancora oggi, nel mio dialetto, è sinonimo di confusione e di rivoluzione, perché nel 1848 scoppiarono rivolte nazionaliste contro gli imperi a Milano, Vienna, Parigi e in generale in Europa.

Egualmente è accaduto dopo il 1917 in Russia, alla fine della Prima guerra mondiale, quando i partiti comunisti tentarono di provocare la rivoluzione mondiale e in Italia ci fu, per esempio, il “biennio rosso”.

E ancora nel 1968, dagli Stati Uniti al maggio francese, alle occupazioni delle università e poi delle scuole in tutta Europa.

Quindi bisogna andare cauti certamente, non siamo complottisti, ma credo che quanto ha detto il Ministro della Difesa Guido Crosetto a proposito di guerra ibrida sia tutt’altro che campato per aria.

La guerra ibrida è qualcosa che va oltre il conflitto cruento nelle trincee e sotto i bombardamenti, ma ha come obiettivo la tenuta psicologica delle popolazioni civili e prevede l’esasperazione di ogni contrasto, di ogni contraddizione all’interno della società che si vuole conquistare. Ora, l’intelligence russa conosce bene i punti deboli e le divisioni delle società occidentali e sa come operare per dividere, contrappore, indebolire e generare consenso a favore delle forze politiche e delle opinioni pubbliche a lei favorevoli. Qualcuno ha cominciato a comprenderlo e a denunciare questa situazione, allo scopo di porvi rimedio. Meno male.

Da parte nostra dobbiamo prepararci bene per studiare e spiegare questa situazione non facile. Prima del 1989 era più semplice, anche se pure allora c’erano i terzaforzisti, che erano delle inconsapevoli quinte colonne all’interno del mondo occidentale. Essi inconsciamente aiutavano i partiti comunisti occidentali a vincere la battaglia psicologica demoralizzando la società, seminando dubbi e sensi di colpa esagerati, come se solo l’Occidente fosse carico di misfatti.

C’è uno splendido libro di Vladimir Volkoff, Il Montaggio (Settecolori 2023), che spiega come operarono questi “agenti di influenza”. Oggi non è così diversa la situazione. Il vescovo cattolico Pavlo Hončaruk di Kharkiv, una diocesi sul fronte del conflitto ucraino-russo, mi diceva pochi giorni fa che la Federazione russa ha cambiato il vestito rispetto al tempo dell’Unione Sovietica, ma non il metodo. Teniamolo presente e impariamo a difendere le nostre nazioni.

 

* Responsabile nazionale di Alleanza Cattolica

 

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