Nella splendida cornice della basilica di Santa Croce in Lecce, il parroco don Mauro Carlino ha ospitato un dialogo avvincente sulla figura del giudice “santo”: il Beato Rosario Livatino.

 

 

Lunedì scorso, infatti, ricorreva la commemorazione dell’omicidio del dott. Livatino, che veniva massacrato in un agguato di mafia mentre con la sua vecchia auto si recava al lavoro al tribunale di Agrigento. Era la mattina del 21 settembre 1990.

Ospiti della serata la Francesca Mariano, giudice del tribunale di Lecce, e Vincenzo Pitotti, responsabile regionale dell’associazione Alleanza Cattolica.

Due ospiti non casuali. La dott.ssa Mariano, come ampiamente noto, è da sempre (fin dai suoi iniziali incarichi proprio in Sicilia) in prima linea nella lotta contro le mafie. Inoltre, ha scritto un bellissimo testo teatrale proprio sul giudice Livatino, che si propone per i più giovani anche nelle scuole superiori.

Vincenzo Pitotti rappresenta l’associazione che, collateralmente al Centro Studi Rosario Livatino, ha contribuito con scritti e convegni a promuovere presso il grande pubblico e all’interno della Chiesa la figura del Beato.

L’incontro è stato aperto dall’attore professionista Marco Antonio Romano, che ha declamato un commovente passo della rappresentazione teatrale scritta dalla dott.ssa Mariano. È il momento della disperata corsa verso la morte del giovane magistrato, che affiancato da un’auto e da una grossa moto mentre si sta recando al lavoro, tenta un’impossibile fuga verso la campagna… come un animale braccato e il cui destino sia già segnato.

Le ragioni che hanno spinto Francesca Mariano a scrivere un testo per il teatro tutto dedicato al giudice Livatino vanno cercate nella consonanza professionale in un territorio segnato dalle mafie e nel comune sentire per la giustizia e per il diritto: quella giustizia che è anche una manifestazione di Dio, e per cui Livatino (“che comunque non era un Pm”) lavorava instancabilmente.

La grande scoperta del giudice Beato - ha raccontato la dott.ssa Mariano - fu che per colpire le cosche bisognava colpire i patrimoni illeciti: se il carcere o la stessa morte in qualche modo vengono messi in conto nel “curriculum” mafioso, la perdita delle ricchezze accumulate viene considerato inaccettabile e fa saltare gli equilibri. Da qui la sfilza di sequestri di patrimoni e le conseguenti minacce di morte rivolte a Livatino.

Un ambiente difficilissimo quello in cui operava, e d’altronde ben conosciuto nella giovanile esperienza della dott.ssa Mariano: non solo i clan di Cosa Nostra ma anche le sanguinarie “stidde”. In tutto questo scenario quasi paralizzante, con centinaia di morti ammazzati in un anno, don Mauro ha ricordato come la fede muovesse le giornate e il lavoro talora incompreso del giovane magistrato. Incomprese, per esempio, furono quelle tre lettere dell’alfabeto che spesso si trovavano nei suoi diari e nei suoi appunti: STD. Forse un codice? Un anagramma criptico che celava messaggi sull’organizzazione dei gruppi mafiosi? No, semplicemente l’espressione concreta dell’affidamento filiale e totale a Dio: “Sub tutela Dei”.

Unità fra fede e diritto, carità nel giudicare, preghiera quotidiana e discreta, incorruttibilità furono le prerogative della vita di Rosario Livatino. E fu grazie a quella fede grande che il giudicare di Livatino, divenendo quasi un’ascesi, riusciva a distinguere fra l’uomo e il reato commesso; così la persona, con la sua innata dignità, restava tale al di là degli errori e dei reati, mentre la pena - anche la più dura - doveva servire a far riflettere, nella prospettiva di un cambiamento di vita. Fu così anche in punto di morte: Livatino cerca di far riflettere i suoi assassini che gli puntano le armi contro, chiedendogli: “Picciotti, ma che vi ho fatto di male?”.

Una domanda che riecheggia e rinvia direttamente al Libro delle Lamentazioni, brano vetero testamentaria che la Chiesa proclama durante la liturgia del Venerdì Santo… Don Mauro ha anche ricordato come il Beato Livatino avesse rifiutato la scorta - cui pure aveva diritto - per non mettere a repentaglio la vita di nessuno.

Gaetano Puzzangaro, 21 anni, uno di quei giovani assassini, che nella sua ignoranza nemmeno conosceva il motivo per cui gli era stato commissionato l’omicidio illustre, meditò per tutta la vita quell’ultima domanda del giudice morente; così si convertirà nel carcere di Milano e diventerà cattolico, fino a testimoniare a favore nella causa di beatificazione. Un altro fatto straordinario vide invece coinvolto tal Pietro Ivano Nava, occasionale testimone oculare dell’accaduto, che andrà a sporgere denuncia. Ciò gli cambierà la vita, costringendolo a nascondersi, con l’aiuto dello Stato, dalle vendette mafiose. Ma - dichiarerà - il tarlo della coscienza sarebbe stata cosa ben peggiore…

Sono alcuni dei tanti frutti della vita del beato, come ha inteso ricordare Vincenzo Pitotti: conversioni, convegni, associazioni nate nel suo nome, una cultura giuridica che da potere correntizio si trasforma e diventa servizio alla verità.

Soprattutto, almeno per i credenti, il frutto più grande e bello che Livatino ha incarnato è quello della coerenza fra fede e cultura, fra fede e vita, fra fede e impegno sociale: una fede che ha il coraggio di uscire dalle navate delle chiese e dalle assemblee ecclesiastiche per diventare modo di pensare e criterio di giudizio nelle aule di tribunale come nelle camere legislative, nelle redazioni dei giornali e nelle università. Cosa che - se si riflette - fa inorridire quella dittatura relativista di cui profeticamente parlava Benedetto XVI.

 

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