(43 - continua) Il vento a Molfetta era cambiato. Si respirava un’aria nuova: per molti era una dolce brezza di primavera, per altri, invece, una vera tempesta. E “il Bello” ancora doveva arrivare. 

 

 

L’anno 1984 fu davvero una rivoluzione!  In quell’anno la legge sull’equo canone subì importanti modifiche il cui effetto per i più poveri della società fu devastante: l’impennata dei prezzi degli affitti e gli sfratti per molte famiglie che seguirono comportarono disordini in tutte le comunità della nostra Italia. Anche Molfetta fu coinvolta da questo fenomeno ma in città ciò che fece clamore fu un manifesto affisso su tutti i suoi muri: era a firma del vescovo ed invitava a protestare “ma davanti allo specchio”. Firmato anche da tutte le associazioni ecclesiali della diocesi, era indirizzato “ai credenti perché amino” e “ai poveri, perché sperino”. Don Tonino aveva verificato che le case in diocesi c’erano, ma erano vuote: dinnanzi alla richiesta di aiuto di tante famiglie che non avevano più un tetto aveva cercato di sensibilizzare tanti concittadini, fedeli e non, ma aveva trovato tante resistenze. Constatava allora che non c’era “crisi di alloggi”, c’era soprattutto “crisi d’amore”! Il vescovo invitava allora tutti ad essere sensibili, ad aprire le case ma anche le chiese, i conventi, le sacrestie per garantire a tutti un tetto.

E iniziò lui: aprì l’episcopio, organizzò nel palazzo vescovile l’ospitalità, garantì lui per primo un tetto agli ultimi. Lo aveva appena scritto: “Insieme con Cristo, sul passo degli ultimi”: e quelle parole dovevano diventare storia.

Arrivai un sabato a Molfetta: in città l’atmosfera era strana: quei manifesti gialli tappezzavano le mura, invitavano e fermarsi, a leggere, a riflettere. Ero incredulo! La gente in città commentava, comunicava lo stupore per le decisioni del vescovo, l’episcopio era in movimento. Mi affrettai più del solito a salire le scale del palazzo vescovile: incontrai persone stupite per quanto stava accadendo, altre scure in volto, altre confuse e sorprese. Don Tonino era felice nel vedere che il palazzo era diventato casa, perché è in casa che si può accogliere non in un palazzo! Il palazzo identifica il ruolo non la persona. Anzi la persona a volte scompare. Era felice il vescovo nel vedere che tanta gente poteva, almeno fino a nuova destinazione, avere un tetto e un letto. Mi disse che accogliere “significa dare non soltanto il letto ma anche la buona notte”!

Non mancarono anche le delusioni e ad una signora che non mancava mai la domenica a messa, anzi a più celebrazioni della stessa domenica, ma che non fu disposta ad ospitare nella sua seconda abitazione una famiglia in difficoltà, don Tonino negò la possibilità di ricevere nella stessa giornata due volte la comunione. Eravamo a Giovinazzo e fui testimone di una sua piccata risposta: “No signora, lei ha già ricevuto oggi il Corpo di Cristo. Lei vuole tutto al doppio: la casa, la comunione”. Quanto era distante don Tonino da quelli che lo circondavano! Non pochi i preti che lo criticarono per questa sua scelta. Qualcuno addirittura mi disse: “un vescovo non può ospitare gente in episcopio perché l’episcopio non gli appartiene, non è suo!”.

Tutto arrivò alle sue orecchie: quanto rammarico, quanta delusione! Ma lui andò per la sua strada, anzi per la strada dei poveri e del vangelo. Per don Tonino l’accoglienza era rivelazione dell’identità, anzi di una nuova identità che si fonda sulla convivenza con l’altro, valorizzando la molteplicità e le differenze. Per Tonino Bello la vita è fatta per servire: essere, cioè, è essere per l’altro. Credere, è vivere per l’altro: il “pensiero ospitale” in lui si fa storia vissuta così come è storia vissuta quella “convivialità delle differenze” che solo successivamente prenderà forma anche nei suoi pensieri.  Troviamo scritto in molte pubblicazioni che già negli anni ugentini Tonino Bello e Michele Mincuzzi, ospitarono in episcopio una famiglia povera. Ed è vero. Ma probabilmente il seme del  “pensiero ospitale” è piantato nel cuore dell’amato pastore già negli anni passati a Bologna con il card. Lercaro: ancora arcivescovo di Ravenna, Giacomo Lercaro aprì le porte di casa per accogliere tre giovani molto poveri (che lo chiamavano papà!) e poi, all’indomani della alluvione del fiume Po nel 1951, ne accolse tantissimi altri a Bologna. “Per me - disse il cardinale - non doveva essere un’occasione per una esperienza pedagogica, ma per un gesto di carità e un modo di dividere il pane con chi ha fame e ospitare sotto il tetto chi non lo ha. Questi ragazzi avrebbero formato con me, con mia sorella che vive accanto a me, con la mia mamma, allora centenaria vivente, una famiglia”.

Non poco patì il cardinale a causa di questa sua iniziativa così come non poco patì don Tonino! Il prezzo della profezia è il martirio, a proposito del quale, sempre nel 1984, su “Luce e Vita” così scrisse Tonino Bello: “Carissimi fedeli di Molfetta, c’è crisi di martiri. E non certo per difetto di persecutori.  Si direbbe che oggi, nei grandi magazzini della fede cristiana, puoi trovare di tutto: teologi, operatori pastorali, biblisti, predicatori, liturghi, ma se chiedi un martire metti in crisi tutta l’azienda. Martiri. Cioè testimoni. Cioè persone che si vendono l’anima per annunciare con la vita che Gesù è il Signore, ed è l’unico. Gente disposta a legare la zattera della propria esistenza, invece che agli ormeggi rassicuranti del denaro e del potere, a una tavoletta fluttuante che ha lo spessore del vangelo e la forma d’una croce!”.

Non so quanto di autobiografico ci fosse in questo suo scritto, so però che dall’esperienza di Lercaro a quella di don Tonino intercorsero circa trent’anni. Tanti altri furono necessari perché anche a Roma i sacri palazzi del Vaticano aprissero le austere porte per accogliere i senzatetto: fu Francesco, infatti, che nel 2014 volle ospitare i più poveri di Roma ed invitò anche tutti a fare altrettanto. L’appello, però, rimase per lo più inascoltato. (continua)

 

 

*presidente della Fondazione “don Tonino Bello”

 

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