Si immagini una parrocchia che decide di aprire una pagina social. All'inizio l'entusiasmo è alle stelle: si pubblicano foto delle messe, locandine e auguri per le feste.

 

 

Poi, però, i post iniziano a scarseggiare, i commenti restano senza risposta e una semplice domanda su come iscriversi al catechismo rimane sospesa per settimane. La pagina esiste, ma è vuota. È una presenza che non riesce a trasformarsi in un vero incontro.

Molte comunità hanno vissuto una situazione simile. Non è che manchi la buona volontà, ma spesso si è pensato al digitale come a una vetrina da arredare piuttosto che come a un posto dove stare. Il punto è proprio questo: dobbiamo passare dalla semplice presenza alla vera prossimità.

Per anni i nuovi media sono stati riconosciuti come semplici strumenti: utili e potenti, certo, ma sempre separati dalla vita reale. Oggi questa distinzione non ha più senso. Per un adolescente, un genitore o un pensionato, la rete è il luogo dove ci si informa, intercorrono relazioni virtuali, si litiga, si chiede aiuto o si cerca un senso. Non si va online, si vive.

Papa Francesco lo ha spiegato bene nella sua esortazione post-sinodale Christus vivit, nel 2019, dedicata ai giovani: l'ambiente digitale fa parte della realtà quotidiana. È uno spazio dove si costruiscono relazioni e identità, con tutte le opportunità e i rischi che ne derivano. Il documento “Verso una piena presenza”, pubblicato dal Dicastero per la comunicazione nel 2023, come riflessione pastorale sul coinvolgimento con i social media, ha portato a una conclusione fondamentale per la nostra missione: i cristiani sono chiamati ad abitare questo spazio, non solo a usarlo.

C'è una differenza enorme tra le due cose. Chi usa uno strumento si chiede cosa può ottenere. Chi abita un ambiente

Il documento “Verso una piena presenza” basa la sua riflessione sulla parabola del buon samaritano, un tema che Papa Francesco aveva già proposto nel 2014. La domanda del dottore della legge - “Chi è il mio prossimo?” - trova nella risposta di Gesù un nuovo significato: “E io di chi mi faccio prossimo?”.

Se si si trasferisce questa parabola nel mondo digitale si ottengono tre indicazioni molto preziose.

Vedere. Il samaritano nota l'uomo ferito. Online, questo significa uscire dalla frenesia del pubblicare per fermarsi a leggere i commenti, capire chi sta chiedendo aiuto, chi si sente solo o chi è stato ferito da parole offensive.

Fermarsi. Il sacerdote e il levita passano oltre, ognuno per i fatti suoi. In rete domina la fretta: si scorre velocemente, si reagisce d'impulso e poi si dimentica tutto. Fermarsi richiede tempo e attenzione: le risorse più rare nell'era digitale.

Prendersi cura: Il samaritano non risolve tutto da solo, ma affida l'uomo a qualcuno che possa aiutarlo. La vicinanza digitale non sostituisce l'incontro dal vivo, ma può essere il primo passo: una risposta scritta può diventare una telefonata, un appuntamento o una porta che si apre.

Non si tratta di una tecnica, ma di uno stile di vita. Una comunità che adotta questo approccio non misura il successo dai like, ma dalla qualità delle relazioni che riesce a intrecciare.

Abitare la rete significa però anche conoscere i suoi pericoli, perché toccano da vicino la vita delle persone.

Gli algoritmi tendono a mostrare solo ciò che già si conosce e piace. Questo crea il rischio che una parrocchia finisca per parlare solo a chi è già parte della comunità, convinta erroneamente di raggiungere tutti.

Inoltre, le piattaforme premiano i contenuti che scatenano reazioni forti. Anche in ambito ecclesiale si vedono sempre più spesso scontri, sospetti e linguaggi aggressivi. Il cristiano deve stare attento a non alimentare il conflitto, anche quando pensa di avere ragione.

C'è poi il rischio più sottile: l'autoreferenzialità. È quando si comunica solo per mostrare quanto si è attivi, invece di servire chi legge. Il segnale è chiaro: se i contenuti parlano quasi sempre di se stessi, si sta costruendo una vetrina, non un luogo di incontro.

A tutto questo si aggiungono altri rischi, come la sovraesposizione dei minori, le truffe che usano falsi profili di sacerdoti o la disinformazione su temi religiosi. Abitare un ambiente significa conoscere i pericoli e le zone d'ombra.

Occorre ricordare però che prossimità non significa essere sempre connessi. Il documento vaticano parla di una presenza piena, non di una presenza continua. Una comunità che sa usare bene il digitale sa anche rispettare il silenzio, il riposo e la bellezza di una celebrazione senza schermi, dando valore al tempo dell'incontro faccia a faccia. Educare a un uso equilibrato, specialmente per i ragazzi e le famiglie, è già di per sé un atto di grande vicinanza.

 

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