La pioggia e il maltempo non hanno fermato la preghiera, né interrotto quel filo invisibile che, nella fede, continua a unire chi vive e chi ha già attraversato la soglia della morte.

La commemorazione di tutti i fedeli defunti, giornata profondamente radicata nella tradizione popolare e nella memoria affettiva delle famiglie, ha trovato ieri sera nella chiesa cattedrale di Lecce - dove sono sepolti alcuni arcivescovi e vescovi di Lecce - il suo luogo di raccoglimento e di speranza. Qui l’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta, ha presieduto la celebrazione eucaristica in suffragio di tutti i defunti. L’allerta meteo diramata nelle scorse ore dalla Protezione Civile e la conseguente ordinanza del Comune di Lecce, che ha disposto la chiusura delle scuole, dei parchi cittadini e dello stesso cimitero, hanno infatti impedito lo svolgimento della celebrazione sul piazzale antistante la chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo, dove la santa messa era stata programmata per il primo pomeriggio. La liturgia è stata così trasferita nella cattedrale, diventando occasione per ritrovarsi attorno all'altare e affidare ancora una volta alla misericordia di Dio quanti hanno concluso il pellegrinaggio terreno.
A concelebrare con l'arcivescovo sono stati don Vito Caputo, parroco della cattedrale e vicario generale dell'arcidiocesi, e don Andrea Gelardo, segretario particolare dell'arcivescovo. Ad assistere il presule il seminarista Damiano Gianfreda, affidato da alcune settimane alla chiesa madre della città per il proprio percorso di esperienza pastorale. All'organo, il maestro Tonio Calabrese ha accompagnato e animato con il canto i diversi momenti della liturgia, contribuendo a creare un clima di intensa partecipazione e raccoglimento.
Il 2 novembre rappresenta, nella sensibilità religiosa e nella tradizione popolare, un appuntamento carico di significati. È il giorno in cui le famiglie si recano al cimitero, portano un fiore, accendono un cero, si fermano davanti a una fotografia o a una lapide per custodire il ricordo di chi non c'è più. Gesti semplici, tramandati di generazione in generazione, che raccontano il bisogno umano di mantenere vivi i legami e di dare un volto alla memoria. Ma, per la fede cristiana, il ricordo non si esaurisce nel gesto esteriore: diventa preghiera, affidamento e speranza. È proprio da questa consapevolezza che mons. Panzetta ha pronunciato la sua omelia (IL TESTO INTEGRALE), indicando nella speranza l'atteggiamento teologale che deve attraversare l'intera giornata. “La commemorazione di tutti i fedeli defunti ci consente di vivere una giornata attraversata dall'atteggiamento teologale della speranza”, ha esordito il presule, ricordando come questa ricorrenza abbia una duplice valenza: da una parte è un giorno importante per coloro che ci hanno preceduto e che affidiamo al Signore; dall'altra rappresenta un'occasione preziosa per interrogare la nostra stessa esistenza. Al centro della riflessione dell'Arcivescovo, c’è il valore della preghiera per i defunti, indicata come il dono più grande che possiamo offrire loro. “Pregare per i defunti vale più che visitarli, vale più che accendere una luce, vale più che mettere un fiore, vale più di una tomba di marmo splendente”, ha affermato con parole che restituiscono alla celebrazione il suo significato più autentico.
Non si tratta di sminuire i gesti della tradizione popolare, ma di ricondurli alla loro sorgente spirituale: l'amore che continua a farsi presente anche quando la morte sembra aver spezzato ogni possibilità di incontro. L'impossibilità di raggiungere il cimitero cittadino, proprio nel giorno in cui la tradizione invita a farlo, ha offerto al presule lo spunto per una riflessione particolarmente intensa. Il pellegrinaggio al camposanto, ha ricordato, non è soltanto un omaggio ai propri cari, ma anche un momento nel quale ciascuno è chiamato a confrontarsi con il mistero della propria vita e con la certezza della morte. Un pellegrinaggio che, tuttavia, può essere vissuto anche interiormente, perché “nel cuore - c'è un piccolo cimitero nel quale - nessuna croce manca”, citando il verso della poesia San Martino del Carso di Giuseppe Ungaretti. Un'immagine suggestiva, che restituisce a ciascuno la possibilità di raggiungere spiritualmente i propri cari, anche quando le circostanze impediscono di farlo fisicamente. Ma il cimitero, con il suo silenzio e le sue tombe, rimane anche un luogo che invita a guardare dentro se stessi.
L'arcivescovo ha richiamato con franchezza il rapporto spesso difficile della società contemporanea con la morte, sempre più frequentemente nascosta, addolcita da espressioni indirette o addirittura allontanata dallo sguardo delle nuove generazioni. “Noi viviamo in un tempo nel quale la morte viene tabuizzata. Spesso non si dice più nemmeno che uno è morto”, ha osservato, evidenziando come anche il modo di raccontare e vivere questa realtà sia profondamente cambiato. Persino il rapporto dei bambini con la morte, ha aggiunto, rischia di essere segnato dalla volontà degli adulti di proteggerli da una dimensione che, invece, appartiene alla vita. La memoria dei defunti, dunque, non può rimanere confinata nel ricordo del passato. È anche una chiamata alla conversione.
“Anche noi, come questi amici, ci presenteremo davanti al Signore per rendere conto della nostra vita. E dovremo rendere conto della vita sapendo di essere giudicati sull'amore”, ha affermato mons. Panzetta. Parole che hanno introdotto uno dei passaggi più incisivi dell'omelia: “Quando ci confrontiamo con questo mistero ci accorgiamo che spesso le cose che consideriamo importanti della nostra vita non hanno valore, perché non ci porteremo niente da questa esperienza alla vita eterna. Solo l'amore passa attraverso la dogana della morte”.
Richiamando la seconda lettura, mons. Panzetta ha ripreso il messaggio di san Paolo: “La speranza non delude”, perché affonda le proprie radici nell'amore di Dio riversato nei nostri cuori. Anche il Vangelo, con la promessa di Gesù di non perdere nessuno di coloro che il Padre gli ha affidato, offre una prospettiva di consolazione.
L'immagine scelta dall'arcivescovo è quella di un Signore che tiene i suoi discepoli nelle proprie mani e non vuole smarrirne nessuno. “La missione per la quale Lui è venuto è proprio questa”, ha ricordato, richiamando le parole di Gesù: “Io lo risusciterò nell'ultimo giorno”.
La commemorazione dei fedeli defunti, anche senza il consueto pellegrinaggio tra i viali del cimitero, ha così ritrovato nella cattedrale il suo significato più profondo. Una preghiera che ha trasformato l'assenza in memoria e il dolore in affidamento. “Questa esperienza di preghiera in cui la terra e il cielo si toccano - ha concluso l'arcivescovo - incida profondamente anche nella nostra vita”.
Un invito a non lasciare che il ricordo dei propri cari si esaurisca in un giorno del calendario, ma a farne una presenza capace di orientare il quotidiano. Perché commemorare i defunti significa anche scegliere, ogni giorno, di vivere con maggiore consapevolezza, di amare senza riserve e di custodire la speranza. Con la certezza che, nelle mani di Dio, la morte non ha mai l'ultima parola.
Racconto per immagini di Arturo Caprioli.

