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La questione oronziana spesso appare come un intricato enigma in cui le piste da seguire risultano molteplici. Tuttavia è proprio questa poliedricità del tema ad affascinare il ricercatore.

Stavolta è nostra intenzione accennare ad una delle ipotesi più controverse, quella formulata dal religioso agostiniano Ambrogio Merodio da Taranto (1590-1684) nelle pagine della sua Istoria Tarentina del 1682. Un’ipotesi capace di suscitare interrogativi anche in mons. Raffaele De Simone.

Dinanzi all’entusiastico risveglio del culto oronziano nel XVII sec. il Padre Merodio assunse un atteggiamento alquanto scettico. Egli riteneva poco attendibile la tradizione leccese ma soprattutto diffidava delle fonti che riportavano la vicenda agiografica dei patroni del capoluogo salentino.

Un testo come l’Apologia Paradossica, redatta da Jacopo Antonio Ferrari nel 1571, o l’opera I primi martiri di Lecce, edita dal nobile Carlo Bozzi nel 1672, apparivano ai suoi occhi come scritti fantasiosi e, in linea generale, non degni di credibilità. Certo, il Padre Merodio conosceva bene le tracce del culto oronziano presenti nell’area tarantina ma non accettava di ricondurle ad un vero apostolato svolto dal santo in quelle zone agli albori del Cristianesimo, come invece si asseriva a Lecce. La sua convinzione era che i Santi Oronzo, Fortunato e Giusto fossero, in verità, dei martiri delle catacombe romane semplicemente venerati in Puglia. Egli inoltre, sulla scia di altri autori tarantini del ʼ500, identificava come primo vescovo di Lecce un tale Donato, ritenuto fratello o discepolo di San Cataldo (†685).

Ma da dove traeva origine questo suo pensiero? In effetti, la cronotassi episcopale leccese ricorda un vescovo Donato ma vissuto nel II sec., dunque ben anteriore al grande patrono di Taranto. Di diversa portata è invece la teoria che i nostri protettori fossero dei martiri romani. Forse il Merodio aveva sviluppato una tale ipotesi sulla base di quanto raccontato da Giulio Cesare Infantino nella Lecce Sacra. In questa notevole opera del 1634 l’autore narrava come il gesuita leccese Bernardo De Angelis avesse fatto pervenire da Roma ai suoi confratelli nel Salento tre preziose cassette contenenti delle reliquie di Oronzo e dei suoi compagni, rinvenute proprio nell’Urbe. Cassette che vennero custodite nella chiesa del Gesù. Lo stesso Infantino si diceva perplesso in merito a questo ritrovamento, giungeva perfino a supporre che quei sacri resti fossero di santi omonimi ai patroni di Lecce. Alla fine però non poteva far altro che riconoscere l’autorevolezza del Padre De Angelis perché quest’ultimo, in ogni caso, era stato pur sempre il segretario del più grande generale dei gesuiti che la storia ricordi, Claudio Acquaviva d’Aragona (1543-1615), e non avrebbe ricoperto un ruolo simile se non fosse stato una persona degna.

Ora, come possiamo valutare queste informazioni offerte dall’Infantino e fatte proprie dal Merodio? Senza nulla togliere al prestigio dei due autori, è doveroso ammettere che tali notizie risultano oltremodo problematiche. L’ipotesi, proposta dall’Infantino, che a Roma possano esserci stati tre martiri omonimi a quelli leccesi è davvero improbabile e, dopo tutto, nessun martirologio fa mai menzione di un Sant’Oronzo romano. L’autentico punto debole della teoria è però un altro: il dono del Padre De Angelis dovrebbe cadere nel periodo in cui a Lecce era attivo San Bernardino Realino. Tuttavia, nessuno dei diversi biografi del santo gesuita fa parola di un evento del genere che pure, per la sua importanza, avrebbe dovuto lasciare qualche traccia di sé.

 

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