A settant’anni dal Congresso eucaristico nazionale celebrato a Lecce nel 1956, Portalecce pubblica un articolo del compianto don Sandro Rotino, uscito nel 1996 su L’Ora del Salento del 27 aprile per ricordare il Congresso eucaristico diocesano del 1925 indetto dal vescovo Gennaro Trama.

“Tra i concenti di angeliche schiere in un'onda di fiori e d'incenso passa il Forte, l'Eterno, l'Immenso o mortali curvatevi al suol...”. C'è ancora tra di noi qualcuno, anziano, che al solo sentire le prime note di questo canto continua a ripetere le altre strofe del fortunatissimo inno, parole e musica di autori locali, composto in occasione del Congresso eucaristico diocesano del 1925.
Un celebre evento che resta pietra miliare della fede dei leccesi in Gesù Eucarestia, espressa solennemente nella festività annuale del Corpus Domini. Festa di Chiesa ma anche festa di famiglia, perché in ciascuna, giorni prima, s'era celebrata una prima comunione o una cresima ed i maschietti, con l'abito bianco e la medaglia-ricordo puntata alla giacca e le femminucce con il lungo abito plissettato, il velo ricamato e la corona di gelsomini sul capo si preparavano ad essere reclutati per le tre processioni parrocchiali e per quella grande della Cattedrale. Per la circostanza, intanto, la moglie del confratello aveva tirato a lucido l'abito confraternale del marito e le nonne avevano tolto dal canterano e stirato per bene il ricco damasco del giorno delle nozze, da esporre al balcone in segno della dignità di famiglia.
In chiesa un'aria di affannata preparazione da parte delle signore e signorine catechiste, intente ad addobbare di fiori l'altare del Sacramento e il sacrestano indaffarato a scuotere la naftalina dai pesanti piviali e ricche pianete ricamate in oro, chiuse da un anno negli armadi.
La domenica precedente, il parroco dall'altare a sfiatarsi nel raccomandare la partecipazione di tutti alla processione e agli altri che rimanevano in casa a non dimenticare di buttare fiori al passaggio del SS.mo Sacramento (anche se qualche prete distratto, nella foga, precisava di buttare acqua e fiori al Santissimo che passava per le strade non ancora asfaltate).
Giovedì, allora festa nazionale, l'intera giornata era dedicata all'adorazione dell'Eucarestia che sfociava nel momento solenne della processione.
Dopo il pontificale, presieduto dal vescovo, ci si preparava a sfidare la calura del sole: dalla cattedrale si snodava il lungo cordone delle confraternite, precedute ciascuna dal lungo bandone sorretto da un muscoloso confratello, dei bambini della prima comunione, dei paggetti, come valletti di corte, con l'abito di velluto cremisi e con il baschetto dalle piume al vento, delle religiose con le alunne in divisa e velo bianco in testa delle dame di carità, dei religiosi, del seminario, del Capitolo Cattedrale ed infine, sotto il prezioso pallio, il vescovo con l'ostensorio, scortato da Carabinieri col pennacchio, da universitari col cappello di facoltà, dai Cavalieri di Malta, dal sindaco con il tricolore sottopancia, dalle autorità civili e militari tra i vigili in grande uniforme e, immediatamente dietro, da folto gruppo di uomini e giovani di Azione cattolica e dai tanti fedeli tutti decisi nel cantare a voci spiegate: Inni e canti sciogliamo fedeli; T'adoriamo Ostia divina; Tra i concenti di angeliche schiere...
Dovunque sui marciapiedi molti inginocchiati, gli altri in piedi non disdegnano di portare l'indice della mano destra alla bocca, ripetutamente, in segno di un bacio buttato al Sacramento e mentre le mamme sollecitano i bimbi a fare altrettanto invitandoli a baciare lu Gesù, dai balconi piovono a cascate petali e corolle di fiori.
A metà percorso, la sosta nel portico del Palazzo del Governo, addobbato a festa, corbeilles sui davanzali, lampioni lucidati, rosse guide lungo le scalinate ai bordi delle quali, mani giunte, sostano le ragazze dell'Istituto del Buon Pastore vestite da angeli, dalle lunghe vesti di seta colorata e tanto di ali sulle spalle.
Accompagnato dai sacerdoti e dal Capitolo, il vescovo, dopo l'intero Inno del Pange Lingua cantato da tutti, dalla balconata centrale amministra con l'Ostensorio la trina benedizione, annunziata da due squilli del trombettiere, dal grido di attenti! gridato ai picchetti armati dell'Esercito e dei Carabinieri scattanti all'unisono sui tacchi e impugnanti con le due mani il fucile sollevato alla fronte.
Un altro squillo e il riposo! annunciano che la cerimonia è finita. Si poteva così ricomporre la processione di ritorno in cattedrale.
Tornato a casa qualcuno continuava a cantare la strofa dell'inno riassuntivo della festa: “Tutta Lecce in un palpito solo in un cuore fiammante di fede; adorando si effonde al Tuo piede, il Suo Regno, sua gloria sei Tu”.
E socchiudendo gli occhi, stanco, addormentandosi ripeteva come preghiera della sera, bisbigliando: “Come faro nell'Ostia risplendi ai sepolti nel buio Signor per l'Italia, pel mondo distendi il Tuo Regno di pace e d'amor”.

