Domenica scorso, seconda di Avvento, nel monastero di “San Giovanni Evangelista”, la Madre Abbadessa Benedetta Grasso con la comunità benedettina hanno accolto l’oblazione di Simone Antonio Maria Stifani, collaboratore nell’ambito della comunicazione del monastero benedettino leccese, in particolare attraverso la voce di Radio Orantes.

La celebrazione è stata presieduta dall’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta e concelebrata da don Vito Benedetto Caputo (anch’egli oblato del monastero e parroco della cattedrale) e don Andrea Gelardo, segretario arcivescovile. Il canto è stato animato dalle sorelle benedettine e dal gruppo vocale di canto gregoriano ‘Viri Cantores de finibus terrae’ animato dal maestro Giuseppe Lattante.
A fare da corona a Simone, oltre alla comunità monastica, c’erano alcuni oblati e oblate del monastero, i genitori e gli amici e le amiche delle monache e di Simone. Dense di significato le parole che l’arcivescovo ha rivolto all’assemblea durante l’omelia. Prendendo spunto dalla ricca mensa offerta dalla liturgia della Parola, il presule ha indicato due dimensioni proprie dei cristiani: la conversione, illuminata dalla figura di Giovanni Battista, e l’accoglienza, richiamata con forza dall’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani. Due parole-chiave che tratteggiano il profilo del credente che è chiamato a vivere l’Avvento come un vero “avvenimento” per la propria vita. Giovanni Battista: educatore e iniziatore alla verità e alla sobrietà. Il Vangelo secondo Matteo non presenta Giovanni il Precursore come l’ultimo profeta del passato, ma come colui che è già immerso nel nuovo che Cristo inaugura. La sua predicazione coincide sorprendentemente con quella di Gesù: “Il regno dei cieli è vicino”. (Mt 4,17).
Al centro della sua missione c’è l’annuncio di un’iniziativa divina: è Dio che si avvicina all’uomo, è Dio che prende l’iniziativa. Per questo l’uomo è chiamato a convertirsi, non per auto-migliorarsi o eliminare difetti come se fosse un mero esercizio volontaristico, ma per sintonizzare la propria vita con la venuta e le esigenze del Regno. Ha sottolineato il celebrante che il successo della predicazione del Battista è da individuarsi nella coerenza della sua vita: egli, infatti, annuncia ciò che vive, e vive ciò che annuncia. Tuttavia, l’evangelista mostra anche la sua franchezza: farisei e sadducei, pur religiosi e praticanti, vengono ammoniti. La pratica esteriore e formale dei precetti religiosi non basta. Si può, infatti, conoscere la Legge, servire al tempio, custodire tradizioni e tuttavia restare lontani dalla vera conversione. La presunzione di sentirsi “a posto” può diventare l’ostacolo più grande. Occorre, allora, potare ciò che è superfluo. Un Avvento autentico richiede potature, scelte coraggiose, cambi di mentalità (metanoia) e frutti concreti di vita nuova. Uno di questi frutti è l’accoglienza. Paolo, scrivendo ai cristiani di Roma, teme che l’entusiasmo iniziale della fede possa affievolirsi e lasciare spazio a un ritorno al vecchio paganesimo. Per questo indica alla comunità un cammino educativo di straordinaria attualità: diventare una comunità coesa nell’accoglienza reciproca. Uno dei tratti più caratteristici del Cristo dei Vangeli è proprio la sua totale apertura all’altro. Gesù accoglie tutti: peccatori, fragili, lontani, ricchi e poveri, dotti e semplici. Paolo la indica come “misura alta” della vita comunitaria: “Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo ha accolto voi”. Accoglienza e conversione si rivelano così profondamente collegate. Non c’è conversione autentica senza l’uscita dall’individualismo che isola, rinchiude, irrigidisce. Allo stesso tempo, non c’è accoglienza vera senza una vita continuamente riconsegnata a Dio, che scioglie i nostri egoismi. Queste due dimensioni presentate dalla Parola, ha dichiarato mons. Panzetta, parlano anche alla vita di Simone che ha scelto Antonio Maria come nome di oblazione: “A te, Simone, oggi sono consegnate alcune vie fondamentali per la tua vita: il primato di Dio, la conversione permanente, la passione educativa del Battista” e, infine “l’accoglienza, che diventa stile, tratto distintivo, ‘carta d’identità’ del credente”. Chi ha conosciuto Simone, ha chiosato l’arcivescovo, “può testimoniare la sua sensibilità educativa, la sua cura per la crescita degli altri, il suo desiderio di trasmettere la bellezza della fede. A questo si aggiunge un carisma naturale di accoglienza che si rende presente in lui con uno sguardo sorridente, una parola buona, un tono di voce che apre e non chiude. È ravvisabile una certa sintonia fra la voce di Giovanni Battista e la voce accogliente di Simone Antonio Maria. Giovanni Battista e Simone camminano su due strade diverse ma parallele, unite dallo stesso desiderio di dare a Dio il primo posto e di annunciare e questo primato agli altri. Il Battista è la voce che prepara la via al Signore: annuncia la conversione, vive nella sobrietà, ed educa il popolo ad aprirsi nel Regno. La sua forza nasce dalla coerenza e dall’autorevolezza di una vita completamente consegnata a Dio”.
Simone, con l’oblazione benedettina, accoglie la stessa chiamata: vivere una conversione continua, custodire il primato di Dio, porre i propri doni al servizio della comunità e accompagnare quanti vogliono conoscere il Signore. Così ha continuato l’arcivescovo: “Come il Battista, Simone è chiamato a coltivare un cuore educativo che sappia tirar fuori il bello, il buono e il vero dalla vita delle persone che incontra. In Giovanni Battista Simone trova un modello; in Simone il messaggio del Battista prende in qualche modo nuovamente forma oggi. Entrambi ricordano che preparare la strada al Signore significa cambiare il cuore (conversio) e aprirsi agli altri con verità e con bontà. Il Signore chiama ora Simone a far fiorire questi carismi, in particolare l’accoglienza, perché diventino la carta d’identità della sua vita per il suo bene e per il bene della Chiesa”.
*monaco benedettino

