Il film di Giacomo Campiotti conquista il pubblico e racconta la santità senza retorica, tanto che dopo uno speciale del tg5 dal 15 ottobre arriva al cinema “Carlo Acutis. Il giovane santo”.

 

 

 

Carlo Acutis torna a parlare al grande pubblico attraverso il cinema e lo fa con una forza sorprendente: non attraverso immagini solenni o una rappresentazione stereotipata della santità, ma attraverso il volto e la vita di un ragazzo come tanti. È questo, in sintesi, il punto di forza de “Il mio nome è Carlo”, il film di Giacomo Campiotti dedicato alla vita del giovane santo, che ha conquistato il pubblico di Canale 5 raggiungendo 4,269 milioni di spettatori e il 29,6% di share. Un risultato particolarmente significativo anche tra i giovani, con il 32,6% di share nella fascia 15-34 anni.

A sottolineare la qualità del racconto è Renato Butera, che sulle pagine di Cinematografo definisce riuscita l'operazione cinematografica di Campiotti proprio perché capace di evitare gli eccessi dell'agiografia. Il film, osserva Butera, presenta Carlo come «un ragazzo eccezionalmente umano e umanamente santo»: una santità che non viene cercata in gesti straordinari, ma nella quotidianità, nell'amicizia, nella famiglia, nella scuola e nell'attenzione verso gli altri. Ed è forse questa la chiave per comprendere il successo del film. Carlo non viene raccontato come un ragazzo distante dalla realtà dei suoi coetanei. È immerso nel mondo contemporaneo: ama lo sport, la tecnologia, Internet, le amicizie. Ma proprio dentro questa normalità matura una domanda radicale sul significato della vita e della felicità. Il film segue tre momenti della sua crescita - l'infanzia, la preadolescenza e l'adolescenza - mostrando progressivamente il maturare della sua sensibilità verso Dio e verso gli altri. La fede non appare come una dimensione separata dalla vita, ma come qualcosa capace di trasformare concretamente il modo di guardare le persone e il mondo. Per Butera, è proprio questo uno degli elementi più interessanti dell'opera: la figura di Carlo, un santo vissuto nel nostro stesso tempo, costringe lo spettatore a confrontarsi con un'idea di santità non relegata al passato.

Un santo con gli abiti dei nostri giorni, che conosce le tecnologie del nostro tempo e parla un linguaggio familiare alle nuove generazioni. “Il mio nome è Carlo” riesce così a raccontare la santità senza renderla distante. La mostra nella concretezza dei rapporti umani, nell'attenzione agli ultimi, nell'amicizia e nella solidarietà. È una santità che non cancella la normalità, ma la attraversa e la illumina. Ed è qui che Carlo Acutis torna ad essere particolarmente significativo per i ragazzi di oggi: non perché sia stato un adolescente diverso da tutti gli altri, ma perché ha saputo vivere fino in fondo ciò che aveva ricevuto, trasformando la propria quotidianità in una strada verso Dio e verso gli altri. Il messaggio che emerge dal film è semplice e, proprio per questo, potente: la santità non consiste nel diventare qualcun altro, ma nel diventare pienamente se stessi davanti a Dio. Carlo lo aveva espresso con una delle sue frasi più conosciute: «Io voglio essere originale, non una fotocopia». Una frase che, sullo schermo, acquista un significato ancora più forte. Perché il successo de “Il mio nome è Carlo” dimostra che la storia di un adolescente vissuto vent'anni fa può ancora interrogare milioni di persone. E può farlo senza bisogno di effetti speciali: basta raccontare la verità di una vita vissuta con autenticità.

 

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