È mezzogiorno di venerdì 14 novembre e le campane del santuario della Madonna di Pompei suonano a festa.

All’interno del meraviglioso tempio mariano, ancora addobbato a festa per la recente canonizzazione di San Bartolo Longo, una folla di fedeli ascolta con trepidazione ed emozione le parole omiletiche del suo pastore: «Quella che stiamo per vivere è una grande esperienza di bellezza; difatti, dalla grandezza e bellezza delle creature, per analogia, si contempla il loro Autore».
Bellezza e gratitudine sono le prime parole che annotiamo in un simbolico taccuino spirituale e che diventano le testate d’angolo di questa esperienza così profonda e intima che è il Giubileo diocesano. La bellezza di sapersi amati da Dio pur nelle proprie povertà e miserie, nelle fragilità e nelle contraddizioni di un’umanità che vuole essere toccata dalla grazia di Dio.
E quando l’uomo riconosce la bellezza di questo sguardo, il cuore si apre alla gratitudine, così come è avvenuto nella vita di Maria, la Madre che tutti acclamiamo come la Tota Pulchra, perché trasfigurata dalla bellezza di Dio. Una bellezza e una gratitudine che abbiamo colto nello sguardo e nei cuori dei quasi mille pellegrini che, nonostante la stanchezza del viaggio e le poche ore di sonno, hanno gustato la gioia di ritrovarsi come “popolo bello e grato” per quanto il Signore stava permettendo loro di vivere.
La presenza della Vergine Maria è diventata così la prima porta che abbiamo attraversato e che ci ha introdotto, nello stupore della fede, ad essere pronti ad attraversare la seconda porta, quella della speranza, la porta giubilare aperta dall’amato Papa Francesco lo scorso anno durante la notte di Natale e che, tra poco meno di due mesi, sarà nuovamente chiusa dall’attuale pontefice Leone. Attraversare la Porta del Giubileo è stata per noi tutti una grande e intensa esperienza di libertà e di preghiera.
Non solo la preghiera comunitaria che ha accompagnato il nostro pellegrinaggio fino alla porta della basilica vaticana, ma in maniera ancora più profonda la preghiera vissuta durante la semplice e nobile celebrazione sull’Altare della Cattedra. «La preghiera è il respiro dell’anima», ci ha ricordato il nostro pastore commentando il Vangelo del giorno. Una preghiera che si trasforma in fiducia e in abbandono non solo nelle occasioni straordinarie, come può essere l’esperienza giubilare, ma nella ferialità dei giorni, così come farebbe un bambino che, fiducioso, si abbandona tra le braccia dei suoi genitori.
Una scena, questa, che sia noi sia il nostro pastore abbiamo potuto contemplare in diretta dal presbiterio verso l’affollata aula liturgica, attraverso la presenza di tante famiglie e tanti bambini che hanno voluto partecipare al Giubileo. Ma c’è ancora un’altra parola che viene annotata nel taccuino spirituale di questa esperienza: libertà! Il Giubileo “è un’esperienza salvifica di libertà”, è un esodo dove siamo chiamati a “liberarci dai lacci della schiavitù” per poter camminare lieti nella speranza. Liberi per vivere l’esperienza della lode, della bellezza che risplende nelle creature che Dio ci mette accanto, nella gratitudine di quanto abbiamo ricevuto e vissuto.
C’è un ultimo pensiero che mi porto nel cuore al termine di questa esperienza. Arrivato a Piazza Pia, il gruppo dei mille pellegrini della nostra diocesi aveva già iniziato la sua processione verso la basilica; io, per un piccolo imprevisto, mi sono accodato per ultimo e ho raggiunto il gruppo. Ho ritrovato alcuni miei parrocchiani che anch’essi erano capitati alla fine di questo lungo corteo in Via della Conciliazione. Erano felici di sapere che non erano da soli, perché avevano perso gli altri amici del gruppo e si sentivano confortati dalla mia presenza. Mi hanno chiesto se volessi passare avanti, ma ho detto loro che non era necessario: preferivo rimanere dietro con loro.
Una delle presenti mi ha detto che approvava la mia scelta, ribadendomi che il pastore non solo deve stare davanti a “guidare il gruppo”, ma anche dietro per incoraggiarlo a proseguire. Sapere che “tra le file degli ultimi” non si è da soli, ma c’è qualcuno accanto a te che ti incoraggia ad andare avanti nel cammino… questa è per me la speranza.

