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Un’altra neonata è stata lasciata, nella culla della sede della Croce Rossa di Bergamo. Nel pomeriggio di mercoledì 3 maggio, gli operatori hanno trovato la bambina in quella che un tempo si chiamava ruota.

 

 

 

Con la piccola, nata proprio il 3 maggio, c’era un biglietto: “A casa, solo io e lei. Non posso, ma le auguro tutto il bene e la felicità del mondo. Un bacio per sempre (dalla mamma). Vi affido un pezzo importante della mia vita, che sicuramente non dimenticherò mai”. La bambina è in buona salute, tratti somatici tipici del Sud America, dall’ospedale hanno fatto sapere che la piccola pesa 2,9 chili e che al momento è accudita dagli operatori sanitari. Come riporta L’Eco di Bergamo, la neonata “sarà comunque sottoposta a ulteriori accertamenti e verrà segnalata al Tribunale dei minori per il seguito di competenza”.

Sembra difficile comprendere un gesto di questo genere. Eppure, in tutta Italia ci sono molte culle protette per le nascite anonime.

In molti consultori italiani, hanno attivato il ‘Percorso di nascita’ ed è dedicato a tutte le donne che stanno vivendo una gravidanza. Si tratta di un percorso diagnostico, terapeutico e assistenziale durante il quale può capitare che una di queste donne comunichi la scelta di lasciare il proprio bambino dopo la nascita: può accadere prima, durante il parto, ma anche dopo. Con la possibilità di cambiare idea fino a 10 giorni dalla nascita della piccola o del piccolo. Per gli operatori sanitari è doveroso rispettare questa scelta. A Bologna, ad esempio, negli ultimi due anni,25 mamme hanno deciso di lasciare i bambini in ospedale.

Va considerata la consapevolezza del sacrificio della donna a favore del figlio, in quanto spera possa trovare una vita migliore e più adeguata con i genitori adottivi.  “La scelta diventa il risultato di un percorso, di una storia”, afferma Serena Borroni, associata di psicologia clinica alla facoltà di psicologia dell’università Vita-Salute San Raffaele di Milano. “Negli ultimi casi di abbandono, riportate dai media, le madri hanno cercato di garantire un’adeguata protezione dei figli, percependo di non potere garantire le cure più adatte al proprio bambino. Questo è l’aspetto più doloroso delle vicende che ci fa capire il peso di una decisione del genere, le ripercussioni emotive e psicologiche che queste donne hanno dovuto e dovranno affrontare».

I dati pubblicati dalla Sin (Società italiana di neonatologia) dicono che il 73% dei bambini abbandonati sembra essere figlio di donne italiane, il 27% di donne migranti. Le minorenni sono solo il 6%.

Fiumi di parole sono stati spesi per questi casi. Ma in realtà cosa sappiamo? Abbiamo solo il dovere di rendere questa società un luogo dove i bambini sono accuditi e amati. E le donne non sono giudicate né lasciate sole.

 

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