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“Il beneficio dei social è assolutamente insignificante rispetto al danno che producono a livello cognitivo, culturale, sociale, politico e affettivo”.

 

 

Ne è convinto Fabio Pasqualetti, professore di sociologia dei media digitali e preside della facoltà di Scienze della comunicazione sociale dell’Università Pontificia Salesiana di Roma, intervistato da Globalist. “Quasi tutti sono nati con la promessa di offrire legami di amicizia, libertà di espressione, apertura e conoscenza. Di fatto, per ragioni economiche, sono diventati macchine per far soldi che spesso estraggono il peggio che c’è in ognuno di noi”, la tesi dell’esperto: “A causa degli effetti collaterali della profilazione, queste piattaforme sono la palestra quotidiana della banalità, del narcisismo, dell’arroganza e dell’aggressività a basso prezzo, oltre al fatto che la frequenza di esposizione a strumenti che iperstimolano continuamente il cervello senza dargli il tempo di riflettere producono il prototipo di persona perfettamente funzionale al potere che non vuole gente che rifletta e pensi, ma che consumi e si diverta. Non solo, ma questa riconfigurazione cognitiva certamente sviluppa alcune abilità, a scapito però della perdita di valutazione critica, resilienza e meditazione che sono quelle abilità necessarie per crescere come persone mature e responsabili”.

Questa “seduzione tecnologica”, per Pasqualetti, ha precise ricadute politiche: “Viviamo interconnessi a tecnologie dalla modificazione comportamentale, con un potere asimmetrico enorme. Loro conoscono tutto di noi, noi non conosciamo quasi nulla di quello che fanno a noi. Non è quindi una deriva anti-democratica, ma semmai un processo di svelamento di un potere tecnocratico decisamente funzionale ai poteri forti del mercato e ai governi autoritari che li usano come laboratori di controllo sociale e politico. Sui social non c’è dialogo, non c’è confronto, ma solo pregiudizio e scontro. Non puoi fare ragionamenti sottili, argomentare, perché è l’emotività che prevale, inoltre manca il tempo e le immagini vincono sempre sulle parole”.

I social, inoltre, “creano un effetto illusione, perché le tecnologie digitali si presentano come tecnologie dell’accesso al sapere. Ma accedere non equivale a possedere e rielaborare personalmente i contenuti. Confondere la possibilità di accesso con la capacità invece di elaborazione del pensiero fa sì che oggi molte persone si illudano di sapere, rischiando di diventare dei saputelli arroganti. Da questo punto di vista i social media non facilitano il ragionamento e nemmeno il confronto. I social sono luoghi dell’emozione, è più un sentire che un ragionare. I parametri sono quelli del piacere o non piacere”. “Da decenni si stanno iniettando nella gente i germi dell’individualismo, del narcisismo e dell’indifferenza che minano il bene comune, principio di ogni democrazia”, il grido d’allarme dell’esperto:

“Non è un caso che Papa Francesco abbia più volte denunciato la globalizzazione dell’indifferenza che è il contrario dell’I care di don Milani e ha una certa somiglianza con il ‘me ne frego’ di stampo fascista. La deriva dell’indifferenza è che porta poi al cinismo”.

 

 

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