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Anche Papa Francesco dovrà indossare il casco d’ordinanza, per entrare nella cattedrale della Santissima Annunziata.

Piazza Cavour, per l’occasione, domani 16 giugno cesserà di essere considerata “zona rossa”, come è attualmente tutto il centro storico di Camerino. Dopo la prima tappa alle “casette” in località Cortine, nella seconda parte del viaggio in una delle città più colpite dal sisma che due anni e mezzo fa ha messo in ginocchio il Centro Italia il Papa transiterà da via Venezian e via Roma per accedere alla piazza che un tempo era il centro nevralgico della vita cittadina, e che ora appare agli occhi del visitatore come un paesaggio ferito ma tenacemente interessato a restare in piedi grazie agli ingombranti sostegni di legno e di acciaio, tra le arcate dei portici e sula facciata della basilica.

Mentre facciamo in anteprima lo stesso percorso del Papa e attraversiamo grazie ad un permesso speciale la “zona rossa”, le case, i palazzi nobiliari e le saracinesche dei negozi mostrano in bella vista le ordinanze di inagibilità e le gru dei Vigli del fuoco lavorano senza sosta per mettere in sicurezza il percorso che farà Francesco per raggiungere piazza Cavour, scrollando i calcinacci troppo pericolanti dalle facciate dei palazzi che faranno da cornice ai suoi passi. Hanno resistito al devastante terremoto del 1799, ma non a quello che ha fatto registrare le due scosse - le più tremende, che si sentono ancora nelle ossa, sotto i piedi, nel cervello e nel cuore - il 26 ottobre del 2016. La prima alle 19.10, la seconda alle 21.18. Ogni abitante di Camerino le ha scolpite nella memoria, in una sorta di fissità sorda e remota che continua a farti compagnia anche quando vorresti scacciarla per un po’, con tutte le tue forze.

Nel palazzo arcivescovile adiacente alla cattedrale, tutto è rimasto fermo a quella sera.

All’ultimo piano della Curia c’era la Casa del clero: era lì che dormivano 40 sacerdoti. Tutto è ancora come quella dannata sera di ottobre: il refettorio con le fette biscottate nel cestino del pane, i bicchieri sporchi di caffè, la bottiglia di liquore, forse sambuca, per “correggerlo”. L’atmosfera è cristallizzata in una bolla irreale, eppure iperrealista: come la cyclette in una delle stanze da letto, o la pioggia di macerie piombate dal soffitto senza preavviso sul letto di un’altra stanza. Il prete che la occupava sarebbe rimasto sepolto lì sotto, se il vescovo di allora non fosse intervenuto a liberarlo, insieme all’ingegnere subito accorso dopo la seconda scossa, quella più violenta, per i primi sopralluoghi. Insieme lo hanno portato in salvo in braccio, prima che soffocasse.

Le mura romaniche, che al piano terra erano state appena oggetto di un sapiente intervento di consolidamento, sono le uniche ad aver resistito alla furia devastatrice, grazie al loro metro e mezzo di spessore.

Tutto intorno, niente è rimasto al suo posto: la grande libreria riversa obliquamente a terra, le scrivanie ricoperte di calcinacci, con sopra l’ultimo numero de “L’appennino camerte”, il settimanale della diocesi, ancora imballato come avviene prima della consegna. “Oggi vende ancora di più, dopo il terremoto”, ci rivela con un certo orgoglio Mario Staffolani, che a Camerino si occupa di comunicazione a 360 gradi, dal giornale al sito alla radio. A fargli da ombra, Silvia Salustri e Martina Palena, giovanissime, che come tanti loro coetanei hanno deciso di restare, di non scappare: perché i segni di rinascita, su questo territorio, ci sono, nonostante tutto. La vita, concreta e tangibile, oltre le macerie. Gli Uffici della Curia si sono spostati vicino al seminario e fanno da raccordo tra il centro storico e la zona universitaria, in una città di 6mila abitanti con oltre 10 mila studenti. Camerino vive di università da sempre: è il 1336 la data di nascita dell’ateneo, un’eccellenza da queste parti. Quella sera, gli studenti che abitavano in centro si sono riversati in strada fin dalla prima scossa, ed è così che sono riusciti a salvarsi. Ora possono contare su uno studentato nuovo che è frutto dell’ampliamento di lavori già iniziati da Unicam già prima del sisma, e completati grazie a fondi messi a disposizione da privati. E sempre dai privati sono venute le risorse per riaprire una delle chiese-simbolo della città: la basilica di San Venanzio, il santo protettore, che riaprirà a metà dicembre. Nella zona delle “casette” è nato grazie ad altre donazioni anche un asilo nido, mentre  Sotto Corte Village è il centro commerciale dove i ragazzi hanno ricreato la loro piazza. E il Cotram, l’azienda di trasporti locali, che nei giorni drammatici del terremoto ha effettuato un servizio straordinario d’emergenza mettendo perfino a disposizione degli sfollati i pullman per dormire, in questa fase della ricostruzione garantisce corse potenziate agli studenti, per permettere loro di raggiungere comodamente – anche tramite nuove fermate bus – i nuovi alloggi, ci racconta il presidente, Stefano Belardinelli.

Scavare tra le macerie significa anche riportare “dalla polvere alla luce” le opere artistiche contenute nei depositi, come recita il tema di una mostra curata dalla direttrice dei Musei diocesani, Barbara Mastrocola: “è il frutto della sinergia tra università, diocesi e comune”, ci tiene a precisare a proposito dell’esposizione, visitabile fino al 3 novembre. Prima di ripartire, una sosta alle “casette”, forse il momento più intimo del viaggio di Papa Francesco. Ci viene incontro Ciro Palombi, 68 anni. Sua moglie è morta da un anno e mezzo, ora vive alle Sae con una badante, i suoi figli sono in centro. “È una cosa bella”, ci dice con il suo sorriso sdentato riguardo all’ospite atteso. Il pensiero va al logo di una maglietta, raffigurata nella vetrina di un negozio della “zona rossa”: #ilfuturononcrolla. L’ha realizzata Unicam per finanziare, con i proventi, la ricostruzione.

 

 

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