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Nel corso dell’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, recentemente conclusa, è stata affrontata l’approvazione complessiva della traduzione della terza edizione italiana del Messale Romano, nel quadro globale del rinnovamento di vita delle comunità ecclesiali, nel solco della riforma liturgica.

In realtà, la prima traduzione del Messale Romano in lingua italiana fu pubblicata nel 1973, mentre la seconda vide la luce dieci anni dopo, ovvero nel 1983, testo tuttora in vigore, in attesa di poter usufruire della nuova traduzione. Come è noto, le traduzioni del Messale, e dunque di tutti i libri liturgici, in lingua nazionale, rimandano alla corrispondente edizione latina che è chiamata “tipica”, in quanto funge da base e modello sia per gli adattamenti alle consuetudini locali sia per le traduzioni nelle lingue volgari. Per avere uno sguardo globale sullo sviluppo del Messale Romano nel corso della storia, offriamo di seguito le principali tappe della sua evoluzione.

Nei primi tre secoli cristiani non esistevano formulari liturgici scritti, ma capitava che i sacerdoti celebrassero l’Eucaristia formulando essi stessi le preghiere con una certa creatività.

Certamente non tutti erano in grado di elaborare testi per la celebrazione, per cui, dal IV secolo in poi furono fissati per iscritto i testi per l’uso liturgico. Infatti, come nella celebrazione eucaristica fin dagli inizi si leggeva la Bibbia, così sorsero pure libri che raccoglievano le preghiere da usare nella celebrazione accanto alle letture bibliche. Tali preghiere per la celebrazione dell’Eucaristia e per l’amministrazione degli altri sacramenti trovarono una loro sistemazione organica negli antichi Sacramentari, accanto ai quali sorsero anche i libri dei canti (Graduale) e quelli che descrivevano le azioni liturgiche che si dovevano compiere (Ordines).

Vari motivi portarono ad una fusione di tutti questi libri in uno solo, dando vita al cosiddetto Messale “plenario” che riuniva insieme tutto ciò che serviva per la celebrazione eucaristica (orazioni, letture, canti, ecc.) che, da azione in cui il sacerdote, i ministri, i cantori e il popolo svolgevano un ruolo attivo, passò ad essere una azione in cui unico ministro era il sacerdote celebrante. Il Messale plenario più conosciuto fu quello usato dalla Curia romana, nel XIII secolo, che ebbe una grande diffusione, perché usato dai Frati minori che, portandolo in tutte le loro peregrinazioni missionarie, lo diffusero in Europa. C’era però ancora molta libertà nella strutturazione liturgica e nei testi che venivano usati per la celebrazione eucaristica, poiché la legislazione liturgica non era ancora rigidamente fissata, per cui fuori dell’ambito romano ci fu una proliferazione di Messali che si ispiravano al Messale della Curia, con una varietà di edizioni che incorporavano molte usanze locali antiche.

Con la prima edizione a stampa, realizzata a Milano nel 1474, il Messale Romano - comunemente ritenuto come il capostipite dei Messali che confluiranno nell’edizione romana del 1570 -, si diffuse rapidamente nell’ambito della cristianità, favorendo il moltiplicarsi delle edizioni, e con esso il diffondersi anche delle imprecisioni e degli errori.

L’inserimento di numerosi cambiamenti nel contenuto del Messale, che diedero all’Eucaristia un significato sostanzialmente differente, fino a determinare alla fine del medioevo una confusa situazione liturgica, costituì agli inizi del XVI secolo un grave pericolo per la Chiesa.

I Padri del Concilio di Trento, che conoscevano bene questa difficile situazione, si preoccuparono, tra le altre questioni, di provvedere ad una nuova edizione del Messale e degli altri libri liturgici, la cui edizione apparirà nel 1570, divenendo obbligatoria per tutta la Chiesa cattolica, che poteva avere finalmente una liturgia uniforme.

Nel periodo tra il Concilio di Trento e il Concilio Vaticano II vi furono numerose edizioni e ristampe del Messale, tra le quali, quelle “tipiche” avvennero nel 1604, con Clemente VIII, nel 1634 con Urbano VIII, nel 1884, con Leone XIII, nel 1920, con Benedetto XV, e nel 1962, con Giovanni XXIII. Sotto l’influsso dell’illuminismo si ebbero, soprattutto nei secoli XVII e XVIII, tentativi di rinnovamento della celebrazione eucaristica, dettati dall’esigenza di una maggiore partecipazione del popolo, dell’introduzione della lingua volgare, di un maggior uso della Bibbia nella celebrazione della Messa, di una revisione di alcuni testi eucologici, di un adattamento alle necessità del proprio tempo, di una semplicità nei riti e nelle preghiere.

Con l’approvazione della Sacrosanctum Concilium, il 4 dicembre 1963, si diede avvio alla riforma del Messale e degli altri libri liturgici, i cui primi frutti si ebbero nel 1970, quando, a distanza di quattro secoli esatti dal Messale riformato secondo i criteri del Concilio di Trento, fu pubblicato il Messale del Vaticano II, edito per l’autorità di Paolo VI. Dopo appena un anno, a causa dell’esaurimento delle copie, fu pubblicata una reimpressio emendata del Messale, nella quale furono inserite varie correzioni di carattere non sostanziale. Nel 1975, invece, in conseguenza della nuova disciplina sui ministeri, stabilita da Paolo VI con il Motu proprio Ministeria quaedam, dell’introduzione nel Calendario Romano Generale di alcune celebrazioni di santi e di alcuni formulari nel Messale stesso, della necessità di ritoccare alcuni elementi dell’Institutio Generalis, fu pubblicata l’editio typica altera del Messale Romano. Inoltre, nel 2002, a motivo della promulgazione del nuovo Codice di Diritto Canonico nel 1983 e delle diverse disposizioni della Santa Sede posteriori al 1975, fu pubblicata una editio typica tertia, che incorpora non poche novità rispetto alla precedente edizione

È proprio su questa edizione tipica del Messale Romano, che costituisce la base per le traduzioni nelle lingue nazionali, che i vescovi italiani hanno concentrato il loro sforzo nella delicata opera di traduzione, durata circa sedici anni, e che è giunta alla sua fase finale con l’approvazione assembleare, in attesa di ottenere la confirmatio della Santa Sede.

 

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