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Il compleanno del nostro arcivescovo, mons. Michele Seccia, quest’anno acquista un valore che va ben oltre una felice ricorrenza di una persona cara.

 

 

Anzi l’aggettivo “felice” può suonare perfino improprio nell’attuale contesto di una pandemia che ha seminato, morte, paura, arretramento economico, impoverimento di tante famiglie, forti limitazioni anche per le attività di culto e di pastorale.
Rimane sicuramente la gioia di manifestare affetto e gratitudine verso il proprio padre e pastore per la sua diuturna dedizione a una Chiesa, la nostra,  che il Santo Padre gli ha affidato ormai due anni e mezzo fa.
Ma è proprio la gravità di questa inedita crisi sanitaria ed economica che ha portato alla luce aspetti della vita sociale ed ecclesiale che avevamo lasciato nell’oblio o nella ovvietà a ridare nuovo significato ai nostri auguri.  Ci siamo resi conto, di colpo, che possono mancare i contatti fisici tra le persone, ma non può mancare la stima, l’attenzione reciproca, che mantiene salde le relazioni interpersonali. Ci siamo resi conto che il modo più vero e corretto per salvaguardare se stessi, la propria salute, i propri beni, si realizza dando la priorità al bene comune, alla salute altrui, venendo incontro alle necessità altrui. Per quanto riguarda la vita cristiana delle nostre comunità, le limitazioni di attività liturgiche e di tante iniziative pastorali hanno messo in luce aspetti essenziali di cui la vita cristiana non può fare a meno e altri aspetti che sembrano essere superflui per non dire inutili.
Dopo il Regina Coeli il giorno di Pentecoste, Papa Francesco ha detto: da una crisi come questa non si esce uguali, come prima: si esce o migliori o peggiori.
Anche noi come figlie e figli della Chiesa di Lecce, manifestando vicinanza e collaborazione al nostro padre e pastore, dobbiamo essere consapevoli che lo facciamo come persone  migliori o peggiori di prima e quindi come Chiesa più credibile o meno di prima.
Per noi presbiteri, in particolare, questa è un’occasione per far emergere l’aspetto più essenziale e più bello del nostro ministero: la “convergenza”, la consonantia (direbbe Sant’Ireneo), fra tutti noi con il nostro vescovo. Questa crisi possa trovarci migliori, preti che provano e riprovano a volersi bene, che provano e riprovano a voler bene al proprio vescovo e padre, che provano e riprovano a non mettere da parte nessun membro della propria comunità. Proviamo a ritrovarci tutti un po’ migliori rispetto a prima. Mi viene in mente l’ama et fac quod vis di Sant’Agostino, contestualizzato nell’attuale crisi pandemica: proviamo a diventare migliori provando e riprovando ad amare a tutti i costi, a voler fare solo ciò che Dio-Amore ci comanda di fare.
Stasera faremo gli auguri al nostro vescovo nella chiesa di Santa Croce dopo l’inaugurazione del nuovo impianto di illuminazione della splendida basilica. Una provvidenziale coincidenza. La nuova illuminazione per far risaltare una bellezza che il mondo intero ci invidia, come segno e augurio della Chiesa di Lecce che con il suo pastore e padre riparte nello splendore della essenzialità del Dio-Amore.      

                                                                                                                                                                                            *vicario generale della diocesi di Lecce

 

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