“Signore, tu lavi i piedi a me?”. Con questa domanda di Pietro al Maestro, l’arcivescovo Michele Seccia ha aperto l’omelia della Messa “in coena Domini” presieduta dal presule nella cattedrale di Lecce.

 

 

Con lui hanno concelebrato il vescovo Cristoforo Palmieri, il parroco della cattedrale, don Vito Caputo, i vicari episcopali mons. Antonio Montinaro e mons. Nicola Macculi, il direttore della Biblioteca Innocenzianamons. Luigi Manca, il segretario dell’arcivescovo, don Andrea Gelardo e don Biagio Miranda. Il servizio liturgico è stato prestato dai seminaristi della diocesi. Hanno preso parte alla celebrazione i Cavalieri dell’Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme. I canti liturgici sono stati eseguiti dalla schola della parrocchia cattedrale diretta da Tonio Calabrese.

“Per quanto istintiva - ha proseguito Seccia nell’omelia - la domanda di Pietro non è retorica. Egli aveva vissuto per tre anni al fianco di Gesù. Lo avevo scelto come Maestro e Signore della sua vita: non poteva accettare di farsi lavare i piedi, un compito che spettava solo ai servi. Eppure, Gesù istituisce la rivoluzione del servizio indicando ai suoi la strada autentica del discepolato”. Un gesto che, anche ieri sera, l’arcivescovo ha ripetuto ancora una volta per fare memoria dell’istituzione del sacramento dell’Ordine sacro. Si è chinato anche lui e ha lavato e baciato i piedi a dodici rappresentanti, grandi e piccoli, della comunità cristiana: dagli ospiti della Casa della Carità, ai volontari della stessa Casa, a due famiglie della parrocchia cattedrale.

“Gesù, stasera - ha sottolineato il pastore - quella sera volle condividere la cena pasquale ebraica con un progetto ben preciso: consegnare se stesso all’umanità di ogni luogo e di ogni tempo. Istituendo l’Eucarestia prima di essere condannato a morte, Egli ha firmato una ‘polizza sulla vita’: rimanere per sempre in mezzo a noi, fino alla fine dei tempi, quando tornerà per portarci nell’eternità insieme con Lui”.  

“Sta a noi - ha continuato - renderci conto che i riti liturgici che celebriamo in questi giorni santi e poi ogni domenica, hanno un valore immenso. La consegna sacramentale di Gesù è un gesto di grande, grandissima umiltà che rivela la grandezza di Colui che, pur essendo Dio si è fatto carne, pane da mangiare nel senso più autentico. Pane per sfamare il cuore di molti. Di questo grande mistero noi non siamo chiamati ad essere semplici spettatori ma sperimentatori del nostro Dio che si fa dono per tutti e ci chiama a seguirlo fino alla croce. E poi fino al sepolcro e fino all’alba del primo giorno dopo il sabato”. 

“Morire per amore e poi risorgere - ha concluso Seccia -, per noi che siamo stati chiamati e prescelti da Dio, invitati alla cena dell'Agnello, significa scegliere la via della conversione. Stasera e domani adoriamo Gesù Eucarestia nel silenzio e nel profondo del nostro cuore ed entriamo con Lui nelle ore della passione del Venerdì Santo e del Sabato Santo promettendogli in ginocchio di voler cambiare vita per rivestirci di speranza ed essere testimoni della sua Pasqua”.

 

Racconto per immagini di Arturo Caprioli.

 

 

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