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“Mi è capitato più di qualche volta, rientrando la sera più tardi in casa per via dei numerosi impegni pastorali, di attraversare le stradine del centro storico affollate di ragazzi davanti ai locali della movida”.

 

 

 

Sono le prime parole con cui l’arcivescovo Michele Seccia ha risposto alle domande di Monica Carbotta e che sono apparse ieri in una lunga intervista (SOTTO IL TESTO INTEGRALE) apparsa sull’edizione domenicale de La Gazzetta del Mezzogiorno, edizione Salento. “Sono rimasto ogni volta sorpreso - prosegue Seccia - e non solo per il numero, impressionante, specie nel fine settimana, nella zona di Santa Chiara ma anche in Piazza Duomo”.

“È un fenomeno bello di per sé - sottolinea - perché i giovani hanno la possibilità di incontrarsi, confrontarsi e dialogare. I tempi della pandemia che, grazie a Dio, oggi sembrano essersi allontanati definitivamente, ci hanno fatto provare la nostalgia dell’altro e delle relazioni. La movida, dunque, insieme alla scuola, è per i nostri ragazzi luogo privilegiato delle nuove conoscenze, delle belle amicizie e dei legami extrafamiliari”.

“Noi adulti - fa mea culpa l’arcivescovo di Lecce -, spesso, siamo portati a censurare la vita notturna dei nostri ragazzi. Se però consideriamo la loro naturale vivacità, la voglia di libertà che a quell’età, a volte, prevale anche sulla consapevolezza delle proprie azioni, forse riusciamo a comprendere e a inquadrare meglio ciò che accade la notte nel centro storico della nostra città”.

Ma su quale terreno occorre affrontare un fenomeno che ogni tanto diventa un problema sociale per via degli eccessi? “La vera sfida - va al centro del problema Seccia - è capire le loro esigenze a cominciare dal linguaggio, un muro davanti al quale, purtroppo, ci fermiamo sempre noi adulti. Certo, l’aspetto dell’alcol e degli eccessi colpisce: per quanto, da parroco di città e da vescovo di tre diocesi diverse, sono forme che conosco. Ma non è il cuore”.

I giovani - ribadisce l’arcivescovo - cercano aggregazione, appartenenza, identità non un alcolico e, forse, nemmeno lo sballo. Anche se, confrontandomi l’altra sera con un docente che insegna religione in un liceo cittadino, mi confidava preoccupato di aver spesso registrato nelle sue classi la voglia di alcuni ragazzi di aspettare il sabato sera proprio per esagerare alzando il gomito e stonarsi”.

Di fronte a questo problema la soluzione è una sola - va al sodo il pastore -: l’educazione. Non bastano le restrizioni e i controlli (non saranno mai sufficienti): essi, per assurdo, potrebbero anche esasperare le reazioni.  Le limitazioni potranno avere un senso se inserite in un piano educativo il cui attore protagonista è la famiglia. Poi, a cascata, la scuola e tutte le istituzioni coinvolte in un progetto di benessere sociale generale che deve inevitabilmente passare dall’educazione al rispetto dell’altro (dei residenti nel centro storico, per esempio, che hanno tutto il diritto di riposare la notte in casa loro), al senso di responsabilità che può prevedere anche le restrizioni ma soltanto come ultima carta da giocare”.

Poi, mons. Seccia chiama in causa anche la Chiesa con i suoi ministri, il vescovo in primis e i preti giovani, a seguire: “Tocca, dunque, anche alla Chiesa e al volontariato associativo abitare la movida. Con discrezione ma soprattutto con significatività. L'obiettivo è incontrare i giovani di sabato sera, che è il giorno della settimana in cui le comitive invadono la città: allora, quale momento migliore, se non quello di fermarsi anche un solo istante per riflettere? Per esaltare il valore della legalità? Per far passare i messaggi giusti? Per cercare il dialogo? Ed è quello che chiedo ai miei preti, specialmente a quelli più giovani”.

“Voglio citare - l’arcivescovo ricorda qui alcune azioni di pastorale giovanile, in linea con il suo pensiero - una nostra iniziativa che i sacerdoti dell’Ufficio di pastorale giovanile della diocesi hanno messo in atto nei tempi forti (Avvento e Quaresima). Dopo la pandemia si sono inventati Sliding Door (porta scorrevole in italiano, ndr) a Santa Chiara, il sabato notte. L’azione ha avuto come obiettivo proprio quello di aprire le porte della riflessione a tutti i giovani della movida”.

“L’ho sempre detto e lo ripeto - insiste Seccia -. Questa è la nostra missione: andare dove la gente c’è, non dove vorremmo che fosse. E il discorso vale doppio per i giovani. Come Chiesa possiamo cavarcela dando la colpa agli eccessi o a chi non ci capisce: ma ci rendiamo conto che i giovani non ci seguono sul piano della pura devozione? Che a volte anche noi rischiamo di essere noiosi e poco attrattivi?”.

“Il Sinodo mondiale - conclude richiamando un’esperienza speciale che tutte le Chiese locali, a livello planetario stanno vivendo in questi anni - che stiamo vivendo nella fase diocesana ha già fissato la priorità: uscire dalle chiese e fare la pastorale fuori. Se dai risposte alla voglia di senso, di gruppo, di comunione… i ragazzi ti seguono, se li ignori, li eviti o addirittura li giudichi a prescindere si rifugiano altrove -.

 

 

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