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Cinquant’anni di compresenza di Cristo a volte quasi flebile sussurro, altre come brezza mattutina, altre solo silenzio ma carico di amore.

 

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Devo tutto a Lui che mi ha chiamato; io non ho alcun merito e vivo rendendo grazie per quanto mi ha dato; lo lodo perché mi ha offerto la possibilità di servirlo nel silenzio, caratteristica tipica di Dio, che non è assenza di parole, ma ambiente nuziale dove l’io è accolto dal tu in una unione feconda di moltitudini che lodano, benedicono, ringraziano, implorano, intercedono.

Cosa rendo io a Lui? “Alzerò il calice della salvezza…. Terribile è alzare il calice della salvezza perché ci configura a Lui crocifisso, sposo amante, disteso sul letto della croce, in una sponsalità unica, strana, affascinante, feconda per come contempliamo nei libri santi che narrano di fecondità che si chiama perdono: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,44) e che permette di entrare con lui nella stanza alta della festa, della gioia, del canto: la Gerusalemme del cielo, come viene descritta nel libro dell’Apocalisse.

Alzare il calice della salvezza è il ministero del quotidiano di gioie e dolori, fatiche e speranze del sacerdote. Alzarlo lì dove l’uomo ha bisogno di perdono, di convivialità. Il calice è il simbolo del cuore di Dio: “lento all’ira e grande nell’amore” (Sal 102,8), di un Dio che offre per noi e per tutti la sua vita: “è il calice della nuova ed eterna alleanza versato per voi e per tutti in remissione dei peccati”. Il calice dice amore!

Il sacerdote è la scommessa di Cristo crocifisso nella storia; è colui che sta ogni giorno ai piedi della croce per ascoltare il grido di Cristo: “Ho sete” (Gv 19,28) offrendogli non una spugna imbevuta di aceto, ma l’amore della madre Maria, di Giovanni, di Maria Maddalena. Il sacerdote è il sacramento del Crocifisso, è l’amore, che è condivisione con l’uomo ferito, maltrattato, crocifisso, abbandonato, senza amore, incapace di credere nella bellezza dono, tanto è deluso! Nell’ umiltà del suo amore per Cristo all’uomo in cerca di senso il sacerdote offre un cuore grande nell’amore; offre l’umile dono di sé per tutti senza proclami, senza articoli di giornale, senza interviste che hanno il sapore dell’apparire e questo attraverso quel dialogo dialettico sì, a volte tempestoso con lui che fa crescere il senso dell’appartenenza. Il prete non è il professionista del sacro, ma discepolo che sente l’assillo di Dio ed il grido dell’uomo schiaffeggiato da tanti poteri, tante volte occulti e reso incapace anche di gridare a Dio.

Il calice della salvezza è il cuore di Cristo trafitto; è l’amore suo crocifisso; è lo slancio di perdono che fa brillare gli occhi e spalancare il cuore alla speranza. È lì che il prete abita; sì, e lì che impara la difficile arte dell’amore; e da quel calice che riesce a vedere Dio anche in cuori sporchi per l’umana fragilità. Non sono prete per dire messe, ma per essere Messa insieme a Cristo, per essere eucaristia, lode a Dio e lode di Dio. Sì lode di Dio Padre che canta al suo Figlio trafitto sulla croce che il sacerdote rinnova nel rito e nella sua vita. Dio Padre oggi abbraccia ancora il suo Figlio che si dona per tutti nel mistero della Santa eucarestia, di cui il sacerdote non è il funzionario, ma il sacramento che rende attuale il dono di Gesù. Il sacerdote alzando il calice colmo dell’amore di Cristo e donandolo partecipa e fa partecipare il popolo al dono di amore di Cristo sulla croce. Si, essere cristiani, essere discepoli, essere sacerdoti vuol dire alzare il calice della salvezza, alzare preghiere con forti grida e lacrime attraverso il dono di sé.

Alzare il calice vuol dire prendere coscienza di essere portatori di gioie e dolori, fatiche e speranze; vuol dire innalzare il mistero di ogni crocefisso della storia ma è anche innalzare a Dio la propria vita con le sue sconfitte, il suo dono perché gli altri abbiano vita. Alzare il calice della salvezza vuol dire offrire le sofferenze dell’umanità, i suoi affanni, i suoi aneliti; vuol dire celebrare ed accogliere la riconciliazione dei singoli e dei popoli. Perché siamo assimilati lui, riceviamo in noi il suo amore per condividerlo diventando sangue versato per i fratelli. Nell’Eucaristia il calice innalzato divinizzata l’intero universo, lo consacra. Questo avviene per mezzo del sacerdote, il più povero, il più significa nella gerarchia del potere, il più illetterato, il nascosto e silenziato ma con una fede paolina: “Tutto posso in colui che mi dà forza” (Fil 4,13), e cosciente di essere il Cristo continuato e diffuso: “Non sono io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Questa compagnia di Cristo sostanzia nell’oggi le parole: “questo è il sangue della nuova ed eterna alleanza versato per voi e per in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me” (Liturgia eucaristica). L’offerta del mondo e di se stesso fa essere il sacerdote uomo orante per sé e per gli altri intercessore, contemplativo di quell’Amore, innamorato del suo Signore, un mistico della storia; ma ciò non solo quando celebra, ma nel quotidiano, nella fatica dei giorni, nelle relazioni, nell’annuncio della misericordia, nel dono di sé. Il sacerdote possiamo dire è l’uomo abitato, afferrato da Dio; per questo sente il suo stesso anelito: la salvezza dell’uomo. Il prete sale con Cristo, sta con Cristo, porta Cristo. Per questo è l’uomo del silenzio, perché è l’uomo del mistero. Non è l’animatore di comunità; non è un manager di una azienda ma è condotto ogni giorno alla comunità dalla fecondità dell’ascolto. È un innamorato del sì, del silenzio di Nazaret, del silenzio del deserto, del silenzio di Betlemme, del silenzio del primo mattino quando ancora era buio. Del silenzio della parola, nel silenzio dell’eucarestia, del silenzio del dono che lo rende fecondo di Dio e capace di annuncio. È l’ascoltatore di Dio e dell’uomo.

 Lo stare in silenzio davanti a Dio è l’occupazione primaria del sacerdote per poter ascoltare l’uomo. Il mondo e la Chiesa non hanno bisogno di preti ingolfati in tanti impegni e fatiche anche pastorali, ma hanno bisogno di uomini che sono davanti a Cristo crocefisso con Maria, Giovanni, la Maddalena, di uomini che stanno davanti alla Parola, che stanno davanti all’uomo che chiede pace, e questo insieme a Cristo e per Cristo. Il prete è un Monakos, una sola cosa con Cristo per essere intercessore e questo non solo durante la messa o nella liturgia delle Ore, ma in un silenzio fecondo davanti al tabernacolo: segreto di santità, di offerta, di fecondità. Allora il “per Cristo, con Cristo, in Cristo” lo pronuncia in tutte ore della giornata e la sua vita diviene offerta gradita a Dio.

*Testo dell’omelia pronunciata nella elebrazione giubilare nel 50.mo di ordinazione presbiterale (28 ottobre 2020)

 

Scuola Diocesana di formazione teologica