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In vista della Solennità del Corpus Domini che anche a Lecce si celebrerà domenica prossima 2 giugno (alle 19 la messa presieduta dall’arcivescovo Michele Seccia nella chiesa di Sant’Antonio a Fulgenzio, a seguire la processione fino a Piazza Duomo dove ci sarà la benedizione eucaristica), Portalecce ospita una riflessione di don Luigi Manca.

 

 

La riflessione e la prassi della Chiesa antica circa il sacramento dell’altare, l’Eucaristia, hanno sempre considerato la presenza reale di Cristo nel pane e nel vino ma non ne hanno fatto il punto di arrivo bensì il punto di partenza.

La dottrina della presenza reale e il rito dell’Eucaristia non sono visti dalla Chiesa antica fine a se stessi; il rito liturgico contiene uno statuto che deve essere manifestato, deve essere operativo nella vita personale e sociale di ogni giorno: “Hai ricevuto il corpo di Cristo? Diventa il corpo di Cristo” (S. Agostino, Tract. in Io. 26).

L’Eucaristia ci viene presentata come il corpo e il sangue di Cristo e ci viene offerta come cibo e ciò avviene attraverso la materialità del pane e del vino.

Ci chiediamo: perché Gesù ha scelto il pane e il vino facendone i segni visibili e tangibili di una presenza (la sua) misteriosa e indicibile? La risposta, per certi versi, è fin troppo semplice. Pane e vino sono gli alimenti base della cultura mediterranea che è la cultura in cui è vissuto Gesù. Il pane è la materializzazione del cibo essenziale di cui l’uomo ha bisogno per soddisfare la sua fame di infinito. E il cibo essenziale proprio perché essenziale non può che essere dato in dono. L’essenzialità del cibo richiama l’essenzialità del dono.

Si sa che ogni essere umano è legato al cibo e quindi anche alla fame. Siamo essere affamati.

Accanto alla fame vi è il desiderio. Fame e desiderio denunciano il limite umano; in noi manca qualcosa. Fame e desiderio determinano due diversi modelli di vita sociale: la condivisione e il consumismo. Proviamo a leggere i due modelli suddetti in chiave cristiana.

Il modello della condivisione trova la sua espressione culminante nell’Eucaristia, nella quale ha luogo una vera e propria dinamica del desiderio: desiderio di Dio di condividere se stesso con noi e desiderio dell’umanità di entrare il più possibile in comunione con Dio. Essere nutriti del divino significa essere nutriti nell’abbondanza: “Sono venuto perché abbiano la vita in abbondanza” Gv 10,10). La sovrabbondanza divina deve farci chiedere come è distribuito il benessere nel mondo, se e come riflette la generosità divina.
Cristo è il pane di vita dato in abbondanza a chi ha fame di lui. Fra Cristo pane e noi che ci nutriamo di lui si stabilisce una unione profonda. Chi è sfamato viene incorporato, diventa un tutt’uno con il pane di cui si nutre. Cristo donando se stesso nel pane eucaristico viene incontro al nostro desiderio e alla nostra fame di infinito. Solo lui può assorbire il nostro desiderio.

Sant’Agostino ha riflettuto a lungo sulla categoria del desiderio e si è reso conto che il desiderio, in quanto rinnovamento costante di sé, è una condizione del nostro essere creature, esseri limitati nel tempo. Ciò che ci fa alzare ogni mattina dal letto e mettere in movimento è proprio il desiderio. Desiderare equivale a vivere. L’economia di mercato basato sul consumo conosce molto bene questo meccanismo umano e fa di tutto per mantenere accesi i nostri desideri verso le cose a volte le più insignificanti. L’economia di mercato basata sui consumi conosce l’irrequietezza del desiderio (il cuore inquieto) di cui parlava S. Agostino. La sua intuizione risulta così di una incredibile attualità proprio in una cultura dei consumi: le singole cose non ci possono soddisfare. 

Per Agostino la conclusione è che solo Dio ci può bastare, solo Dio diventa per così dire puro oggetto di godimento per se stesso. L’economia di mercato basata sui consumi, invece, sapendo che le singole cose non ci soddisfano orienta il desiderio non nel possesso di questa o quella cosa in particolare ma nel desiderio di perseguirle, il fare shopping. Non il desiderio di qualcosa in particolare ma il desiderio del desiderio fa dei centri commerciali le nuove cattedrali.

Una conseguenza che immediatamente deriva da una società basata sui consumi è che il desiderio di perseguire i tanti beni immediati ci mantiene distratti dai bisogni dei veri affamati. La logica consumistica instaura immancabilmente una visione individualistica della persona umana.

La società dei consumi non proibisce l’aiuto ai più bisognosi, lo relega alla sfera del privato e non alla sfera della giustizia. Nella nostra società una persona che non è in grado di nutrire se stessa e i propri figli non costituisce un richiamo alla giustizia ma alla benevolenza, alla beneficenza.

Nell’economia contemporanea il consumo dei beni è considerato la migliore soluzione per risolvere l’indigenza altrui. Chi compera di più fa girare l’economia: più consumi significano più posti di lavoro. Consumando di più io nutro il mio prossimo.

L’Eucaristia non mette in atto un’economia alternativa ma sicuramente ci racconta un’altra storia.

L’abbondanza del nutrimento è legata all’abbassamento. Dio si fa cibo umiliando se stesso.

Chi si nutre dell’Eucaristia non si appropria di un bene ad uso privato ma viene incorporato a un corpo pubblico, il corpo di Cristo, la Chiesa, dove i membri più deboli diventano oggetto di cure speciali.

L’economia di mercato suppone una separazione tra scambi contrattuali e doni. La beneficenza e una libera sospensione dello scambio contrattuale. Come tale la beneficenza non può essere incoraggiata a livello pubblico.

Nella logica dell’Eucaristia, invece, il dono riduce i confini tra ciò che è mio e ciò che è tuo. Non siamo più degli individui che si incontrano per mezzo di un contratto. Nell’Eucaristia Cristo è il datore del dono, il destinatario del dono e il dono stesso. Noi siamo coinvolti in questa meravigliosa orbita e partecipiamo alla vita divina, siamo nutriti e nello stesso tempo diventiamo cibo per gli altri.

L’Eucaristia non ha e non è il potere di sfamare ma è la manifestazione del servizio più umile.

Il segno del pane nella realtà della fame è un segno ambiguo: può essere un segno di potere, così come il diavolo a Gesù: trasformare le pietre in pane. Il cibo porta con sé la seduzione del possesso e del dominio. Gesù resiste alle seduzioni del diavolo: “Non di solo pane vive l’uomo…” (Mt 4,4).

Dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci la folla voleva acclamarlo re, ma Gesù si nascose e si ritirò tutto solo a pregare (cfr. Gv 6,15). Il pane, il cibo in generale, può rappresentare la ricerca di sé o dell’altro. Gesù ha fatto uscire dall’ambiguità il segno del pane: non il miracolo facile, non l’ostentazione del potere, non la moltiplicazione come accumulo ma la condivisione.

Chi partecipa alla mensa di Gesù estende la sua mensa a più persone, crea spazi perché altri possano mangiare. L’Eucaristia, mentre sazia la nostra fame, fa sì che diventi nostra la fame degli altri. L’Eucaristia diventa così la fonte e il culmine di tutte le mense dell’umanità.

 

*docente di teologia patristica

 

 

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