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Il card. Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle cause dei santi, ha celebrato il XXV anniversario dell’ordinazione episcopale, avvenuta a Lecce, in Piazza Duomo, il 29 settembre 1998 per l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria dell’arcivescovo Cosmo Francesco Ruppi (coconsacranti l’arcivescovo Francesco Minerva e l’arcivescovo Donato Negro).

Portalecce, augurando al cardinale Semeraro un ministero sempre più fecondo al servizio della Sede Apostolica, oggi propone il testo integrale dell’omelia pronunciata dal porporato leccese lo scorso 29 settembre nella celebrazione eucaristica giubilare presieduta nella basilica di San Pietro all’Altare della Cattedra.

 

 

 

Nei giorni scorsi, preparandomi a questa liturgia eucaristica, ho letto per intero l’omelia di San Gregorio magno da cui è tratta la seconda lettura dell’Officium lectionis di oggi. Ho veduto che, oltre a richiamare i tre Arcangeli, Michele, Gabriele e Raffaele, di cui oggi celebriamo la festa, egli parla anche di tutte le schiere angeliche ed espone una teoria che può avere un certo interesse per la teologia della santità. Dopo, infatti, avere messo in luce le missioni particolari dei tre Arcangeli (suggerite dal significato dei loro nomi: Michele, quis ut Deus?; Gabriele, fortitudo Dei e Raffaele, medicina Dei), San Gregorio spiega che la prerogativa principale di ogni coro angelico appartiene in qualche modo anche a tutti gli altri.

Afferma tre cose in particolare: anzitutto che una riflessione sugli spiriti angelici deve avere sempre come scopo il nostro progresso spirituale; in secondo luogo (e questo lo afferma ricorrendo a una versione della LXX di Deut 32,8), che alla fine dei tempi ci sarà una corrispondenza tra il numero dei beati e quello degli angeli eletti; di conseguenza, in terzo luogo afferma che ciascuno di noi, chiamato alla patria celeste, è pure chiamato a imitare in qualcosa le schiere angeliche. Per questo San Gregorio fa degli esempi: alcuni, come gli Angeli, sono chiamati ad annunciare il vangelo e illustrare la sacra dottrina; altri, come i Cherubini, sono chiamati a vibrare di carità verso il prossimo; altri, come i Troni, sono chiamati a reggere la Santa Chiesa… Così, nella sua particolare vocazione alla santità ciascuno può sempre trovare qualcosa da imitare nei cori angelici. «Guai a chi non trova in sé alcuna traccia delle missioni angeliche» ammonisce San Gregorio e conclude affermando che «il tutto appartiene anche ai singoli, perché mediante la carità dello Spirito i doni degli uni sono posseduti pure dagli altri (cf. Hom. in Ev. XXXIV, 12.14: PL 76.1454. 1255).

È, in altre parole - lo sappiamo bene - il principio della «comunione dei santi, nella quale dobbiamo certamente includere pure gli Angeli. Mondo angelico e mondo umano sono fatti in qualche modo l’uno per l’altro, insegnava già San Tommaso d’Aquino (cf. STh I, q. 61, a. 3 co). Sergej Bulgakov, nel suo trattato sugli Angeli - che è tra i libri più suggestivi che abbia letto sul tema - afferma che alla synantropia (la «co-umanità») degli angeli corrisponde una synangelicità dell’uomo, creato a immagine di Dio. L’angelo - scrive - è il nostro amico celeste; ciascuno di noi ha vicino questo amico spirituale, un alter ego unico e personale che veglia su di noi e ci è sempre accanto con discrezione: «l’angelo non forza e non vuole, né può forzare l’amico terrestre, l’uomo da lui custodito. Egli nutre e cura la sua anima, gli soffia in un silenzio udibile dei santi pensieri, generandoli lui stesso, ma in una tale quiete e mitezza che l’anima non nota la suggestione. A lui è prescritto il silenzio, perché “il silenzio è il mistero del secolo futuro”, come dice Sant’Isacco il Siro, e l’angelo custode ci parla solo con il silenzio» (La scala di Giacobbe, Lipa, Roma 2005, p. 33; cf. Isacco di Ninive, Discorsi Ascetici. Prima Collezione 66,17: ed. Qiqajon-Bose, Magnano 2021, p. 572).

Anche in questa Santa Messa, entrando nella preghiera eucaristica uniremo le nostre voci a quelle delle moltitudini degli angeli. Sarà così un canto che da qui si eleverà al cielo e che dal cielo scenderà verso di noi; sarà la «scala» di cui abbiamo udito dal Vangelo e sarà pure il «sinodo», di cui parla San Giovanni Crisostomo nel suo famoso testo, molto ripetuto in questo tempo di sinodalità: «è necessario che una lode si unisca alle altre lodi sicché nascano acclamazioni tali da formare una sinfonia. La Chiesa, infatti, è un corpo in cui tutto è messo al suo posto sì da formare una compagine (sinodo) armonica» (cf. Exp. in Psalm., 149, 1: PG 55, 493).

In questo momento il mio pensiero di gratitudine va al Papa: certo, per il messaggio che mi ha inviato per questa occasione ed è stato letto all’inizio della Messa (LEGGI), ma prima ancora perché mi ha chiamato a un servizio - quello nel Dicastero delle cause dei santi - che quotidianamente mi ripropone «il volto più bello della Chiesa» (Gaudete et exsultate, n. 9). E sono grato pure a tutti voi, carissimi, perché in questo anniversario - significativo per la mia storia personale - unite la vostra voce alla mia nel ringraziamento al Signore. Il mio ricordo riconoscente va ai defunti, che mi hanno aiutato a crescere e maturare. Stiamo davvero vivendo il Salmo commentato dal Crisostomo, che dice: «Cantate al Signore un canto nuovo; la sua lode nell’assemblea dei fedeli» (149,1).

Diamo ora attenzione alla pagina del Vangelo, che è stata proclamata. Il racconto tratta dell’incontro di Gesù con Natanaele. Questo personaggio è citato solo nel quarto Vangelo e normalmente lo si identifica con l’apostolo Bartolomeo. Nella storia ci sono diversi dettagli su cui ci si potrebbe soffermare. Ad esempio, la figura mediatrice di Filippo, da cui capiamo che gli incontri con Gesù passano normalmente attraverso la figura di testimoni in carne e ossa. San Gregorio di Nissa collegava questo episodio evangelico alla domanda rivolta alla Sposa del Cantico: «Dov’è andato il tuo amato, perché lo cerchiamo con te?» (6,1). Commentava che una volta accesa in lui la vera luce, Filippo ne fece una fiaccola per illuminare anche Natanaele e in tanto fulgore celebrarono insieme il mistero della pietà (cf. In Cant. Hom. XV PG 44, 1088-1089). Rimane vero, tuttavia, che «nel nostro rapporto con Gesù non dobbiamo accontentarci delle sole parole. Filippo, nella sua replica, fa a Natanaele un invito significativo: “Vieni e vedi!”. La nostra conoscenza di Gesù ha bisogno soprattutto di un’esperienza viva: la testimonianza altrui è certamente importante… Ma poi dobbiamo essere noi stessi a venir coinvolti personalmente in una relazione intima e profonda con Gesù» (Benedetto XVI, Udienza del 4 ottobre 2006).

Ci sarebbe, ancora, da notare il percorso interiore di Natanaele, evocato da quella per noi alquanto enigmatica affermazione di Gesù: «io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Profonde davvero le parole con cui San Tommaso d’Aquino spiegava quelle di Gesù: «ti ho visto quando eri sotto l’ombra del peccato e ti ho guardato con occhi di misericordia» (Super Io., cap. 1, lect. 16). Somiglia tanto all’ormai ben noto miserando atque eligendo di San Beda (cf. Hom. XXII. In natale sancti Matthaei: PL 94, 252) presente nello stemma di Francesco! C’è, da ultimo, la domanda di Natanaele a Gesù: «Come mi conosci?». Sono le parole di chi si sente messo a nudo, svelato… Queste e altre cose si potrebbero dire sul breve passo che è stato proclamato.

Per concludere, però, desidero sottolineare l’ultima frase di Gesù: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo». Gesù non parla più solo con Natanaele, ma con ciascuno di noi e parla al futuro: vedrete! Per quanta esperienza abbiamo fatto, per quanto abbiamo appreso, ricevuto e anche donato nel corso degli anni, non c’è mai un termine. Origene diceva che anche se abbiamo fatto dei progressi nella contemplazione e nella conoscenza dei misteri spirituali, noi abitiamo sempre in una tenda. La nostra, infatti, è la casa di chi è sempre in cammino in un pellegrinaggio che non ha termine; un’abitazione, quindi, sempre pronta a essere smontata e fissata altrove. «Quando abbiamo scoperto una realtà, ecco che da lì comincia un’altra esplorazione e allora si leva la tenda e ci si dirige verso luoghi più alti e spaziosi» (cf. In Numeros Hom. XVII, 4: PG 12, 706-707).

Il Signore allarga sempre gli orizzonti. Lo fa per essere sempre trovato e, proprio per questo, per essere sempre cercato. Egli, la cui Parola cresce col maturare della fede di chi l’ascolta (cf. Gregorio Magno, Hom. in Ezech. VII, 8: PL 76, 843), lo faccia pure con noi. Amen.

 

 

*prefetto del Dicastero delle cause dei santi

 

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