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Memoria, tradizione e devozione alla messa di stamattina 25 agosto presso il santuario di Sant’Oronzo fuori le mura, luogo del martirio e delle radici cristiane di Lecce e di tutto il Salento.

 

 

Come ormai vuole una consolidata tradizione, la mattina della vigilia dei festeggiamenti in onore dei santi patroni leccesi, alla vigilia della solennità, l’arcivescovo si reca nel luogo dove tutto ebbe inizio, il luogo dove venne condotto Sant’Oronzo, dopo gli undici giorni, di prigionia per essere decapitato dopo aver guardato per l’ultima volta verso la sua amata Lupiae (la Lecce romana) e giurato di proteggerla.

“È un appuntamento importante questo - ha dichiarato l’arcivescovo Michele Seccia - perché ci ritroviamo qui raccolti per ricordare che ciò che per noi è un momento di gioia deriva da un sacrificio, da una immolazione, dal martirio, il sacrificio estremo della vita”.

Alle 11 l’arcivescovo Michele Seccia ha presieduto la santa messa nel “luogo del sangue e della testimonianza viva della nostra fede - come egli stesso ha ribadito all’inizio della celebrazione -, dove vogliamo ringraziare Sant’Oronzo per essere segno di protezione della comunità cittadina e di tutta l’arcidiocesi”. “Qui oggi, in questo luogo di martirio - ha continuato - tutti noi siamo chiamati a essere martiri in senso di testimoni credenti e credibili di quella fede che professiamo e dell’esempio che attingiamo proprio dai nostri santi patroni”.

Alla messa ha partecipato un nutrito gruppo di fedeli che ogni anno si reca con devozione nel santuario poco fuori i confini cittadini sulla strada per Torre Chianca per radunarsi intorno al successore di Sant’Oronzo e fare memoria dell’atto di coraggio e testimonianza del primo vescovo salentino che qui ha posto le radici dell’identità cristiana di un popolo e di una terra.

Durante l’omelia l’arcivescovo Seccia si è soffermato come ogni anno sul valore e sul senso dei martiri e del martirio oggi, in un’epoca in cui può sembrare un concetto antico e distante, “ma i martiri ci sono ancora oggi - ha ricordato il presule -, non solo nei luoghi dove si viene ancora perseguitati per la propria fede, ma sono anche in mezzo noi, a volte nascosti. Perché essere martiri oggi non significa necessariamente dare la vita e versare sangue, ma si è martiri anche quando non si può vivere degnamente la propria fede, quando veniamo spesso derisi per il nostro professarci davvero cristiani in un mondo oggi in cui tutto è relativo. Li, come Oronzo, noi tutti siamo chiamati a dare viva testimonianza di questa nostra fede, e non solo per quell’ora di messa o dieci minuti di devozione che ci portano in questi luoghi e pensare di aver fatto il proprio dovere. Il nostro dovere è tornare nelle nostre famiglie e parlare della nostra fede, raccontare di quest’uomo, Oronzo, che per noi ha dato la vita senza paura. Bisogna dare sostanza e significato al nostro essere cristiani, in famiglia, nel lavoro, nella società. Solo così possiamo dare onore all’estremo sacrificio del nostro santo patrono”.

Al termine della celebrazione, il vescovo si è recato poi solennemente in processione all’esterno della chiesa dove svetta il cippo al quale – secondo la tradizione - Sant’Oronzo venne legato e decapitato e li ha benedetto tutti i fedeli presenti con l’intercessione dei santi patroni.

Il santuario di Sant’Oronzo fuori le mura, chiamato nella tradizione dai leccesi anche “La capu te Santu Ronzu” o anche “Santu Ronzu te fore” sorge dove già anticamente sorgeva una piccola cappella a ricordo del luogo del martirio. Nel 1655 venne edificato un santuario più grande caduto poi in rovina e l’attuale struttura venne edificata nel 1912 per volere del vescovo Gennaro Trama in stile neoclassico.

 

Photogallery di Arturo Caprioli

 

 

 

 

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