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Dalla metà del Seicento, Lecce e la popolazione della provincia assunsero un atteggiamento di pia emulazione nell’onorare Sant’Oronzo, riconoscendo in lui il protettore che le aveva preservate dalla terribile epidemia, causa di morte in molte parti d’Italia.

 

 

 

Ci fu quasi una competizione nel dimostrare la propria gratitudine.

Ecco, allora, il sontuoso altare nella chiesa cattedrale. Voluto con ricchezza di decorazioni in oro dal sindaco Giovan Francesco Rossi e considerato insigne riferimento da oranti moltitudini di fedeli, generosissimi nell’adornarlo con preziosissimi paramenti ed arredi liturgici.

Tanto visitato che a volte era persino impossibile accedere a tutti i devoti.

Si passò, così, dall’oblio della venerazione di Sant’Oronzo per tanti secoli ad un esaltante coinvolgimento, fondato sulla comune e diretta esperienza da parte dei cittadini della liberazione dalla peste.

Certo, come esplicitamente fece notare lo storico Pietro Palumbo, autore della Storia di Lecce (1909-1910), nel Breviarium lyciense ex antiquo ecclesiae ritu, edito a Venezia nel 1576, Sant’Oronzo non era citato tra gli eroi della fede celebrati nella liturgia diocesana di quel periodo, pur essendo nominati tutti i santi venerati nella Chiesa leccese.

È pure vero che, dall’XI al XVII secolo, ci sono comunque documenti che lo menzionano e che non mancano le indicazioni storiche che ne motivano il silenzio delle fonti.

Rimane, comunque, prevalente il criterio che “la scarsità di documenti storici non autorizza e relegare la tradizione nel regno della fantasia e della pura leggenda. E, inoltre, il possesso pacifico di una tradizione non si scalza con argomenti negativi, ma solo con argomenti positivi”.

E la tradizione leccese oronziana può essere considerata con “una soda base storica”.

Grata al suo Santo, la comunità ecclesiale leccese, continua, quindi, magari in modo diverso dal passato, a manifestare la propria intensa devozione, basata su espressioni celebrative che aggregano l’intera collettività in un’esperienza di Chiesa locale, nell’esprimere il comune riferimento a Dio nella lettura della storia.

Come attesta pure l’attuale giubileo.

 

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