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Era una calda mattinata di inizio agosto quando fui raggiunto dalla notizia del giubileo oronziano. Sapere del ritrovamento in Croazia di una reliquia del santo mi sorprese molto.

Non ignoravo infatti le forti dispute sulla figura del protovescovo di Lecce che avevano caratterizzato gli ultimi decenni contrapponendo quanti mettevano in dubbio o giungevano anche a negare l’esistenza storica del personaggio a coloro che invece, con passione, la difendevano. Confesso che tale vicenda mi aveva sempre affascinato e forse per questo, una volta saputo di quanto accadeva a Turi, avvertii subito un’intensa attrazione verso quel luogo.

Non avevo mai messo piede, prima di allora, nella cittadina barese. Mi ci recai dunque, come in un pellegrinaggio. Una reliquia di Sant’Oronzo! Come era possibile? I miei occhi avrebbero quindi visto ciò che innumerevoli generazioni di leccesi avrebbero ardentemente desiderato e non ebbero la possibilità di vedere: una traccia concreta, tangibile del loro remotissimo padre nella fede. Dio mi ha voluto pugliese. Per grazia di Dio sono cristiano. Ma se ho ricevuto l’onda purificatrice del battesimo, sono stato allora anche innestato nel millenario ulivo spirituale del cristianesimo di questa terra. Ulivo che affonda le sue radici più antiche nel sangue sparso da Oronzo e nell’acqua battesimale che bagnò la sua persona. A riflettere su queste realtà, ci si sente parte di una storia più grande, la storia travagliata e stupenda della Chiesa. E ci si sente soprattutto figli di un albero genealogico celeste, che travalica quello terreno, ed il cui vertice non può che essere rappresentato dal grande martire appulo. Come primo fedele di Cristo in Puglia, Oronzo è, del resto, il patriarca di tutti coloro che, nelle nostre contrade, dopo di lui, avrebbero creduto nella santa religione della croce. Un padre misterioso, data la scarsezza delle fonti, ma che ora provvidenzialmente avevo l’opportunità, in un certo senso, di incontrare.

Mi ritengo un uomo concreto, sono restio alle illusioni ed ai facili entusiasmi. So bene quanto la lipsanologia, cioè lo studio delle reliquie, sia materia delicata. Ma se non accogliessi col cuore un tale genere di culto, la mia fede cristiana sarebbe certo impoverita. La redenzione operata da Cristo infatti non riguarda solo l’aspetto spirituale dell’uomo ma lo tocca altresì nella sua dimensione materica, nel corpo. Come Gesù, dal quale usciva una potenza guaritrice, così anche il santo diviene un contenitore di grazia, ossia di energia salvifica, ed il suo corpo, ormai cristificato, diventa una possibile sorgente di miracoli. Il primo miracolo riguarda proprio le reliquie stesse che non sono soggette, come normalmente accade, alle naturali leggi di dissoluzione. Esse quindi testimoniano una chiara presenza di eternità. Esse rimandano, in maniera nitida, alla resurrezione dei corpi che, professata nel Credo, avverrà nell’ultimo giorno. Esse sono, in definitiva, quel seme di grano più che scelto che la Chiesa, impaziente della gloria futura, trae dai solchi della terra dove è stato seminato e raccogliendolo nell’oro e nelle stoffe preziose, portandolo in trionfo, convocando i fedeli ad onorarlo, gli decreta il sommo onore di riposare negli altari sui quali si offre il santo sacrificio.

Per tali motivi il calendario cattolico celebra la memoria delle sacre reliquie il 5 novembre. Con tali pensieri percorsi i circa centoquaranta chilometri che separano Villa Convento, mio paese di origine, da Turi. Giunto nella solenne chiesa matrice, in un momento in cui solo poche persone erano presenti e vi regnava un gran silenzio, ebbi modo di avvicinarmi, per quanto fosse possibile, al venerabile reliquiario portato lì dall’altra sponda dell’Adriatico. Furono istanti che resteranno per sempre impressi nella mia memoria. Non si trattava semplicemente di ricordare la figura di un santo patrono ma avevo sul serio ritrovato un padre. E come figlio avrei voluto abbracciare quella teca, porre l’anima a contatto con quel medaglione in rilievo che, quasi riemerso dalla polvere della storia, restituiva un’immagine sino ad allora mai conosciuta del mio lontano antenato spirituale.

Qualche tempo prima Sant’Oronzo mi aveva già fatto un dono grande. Proprio nel giorno della sua festa infatti, durante un corso di esercizi ignaziani presso lo storico convento di Santa Maria dell’Isola, nelle vicinanze di Conversano, avevo avuto l’onore di ricevere lo scapolare carmelitano. La singolare coincidenza mi colpì non poco. Non poteva essere soltanto un caso. Era come se, in qualche modo, l’imposizione dello scapolare fosse avvenuta per le mani del santo vescovo. Lui mi invitava, nel suo giorno, ad adorare il Verbo di Dio fatto uomo, a considerare quel sacro bambino come mio re e ad amare la Vergine, regina del cielo e splendore del Monte Carmelo. Ora mi permetteva, attraverso la vicinanza della sua reliquia, di trarre maggiore forza, di sentirlo vicino.

Se avessi avuto lo sguardo degli angeli certo avrei potuto scorgere la segreta aura di luce che i sepolcri dei santi o le teche in cui vengono custoditi i loro venerabili resti irradiano. Ovviamente non potevo godere di una tale visione ma sapevo bene che un’energia celeste fluiva da quell’urna medievale. Quando un martire proclama Cristo prima di offrire la propria vita ecco che il nome santissimo del Salvatore non resta racchiuso nella sua ultima espressione di voce o nel suo estremo respiro ma scorre nel suo sangue, si incide nella sua carne, resta impresso nelle sue stesse ossa che continueranno a testimoniarlo per sempre. Senza dubbio così doveva essere anche per Oronzo: se davvero fosse stata sua, quella reliquia stava proclamando da oltre un millennio la crocifissione e la resurrezione del Nazareno per la salvezza del genere umano.

Quella giornata tanto significativa non rappresentò la mia unica visita alla bella cittadina di Turi. Vi ritornai a distanza di qualche mese, quando le cerimonie giubilari erano ormai concluse. Grazie alla generosità dell’arciprete don Giovanni Amodio e del dott. Egidio Buccino - cui indirizzo, attraverso queste righe, un sentimento di profonda stima e piena riconoscenza - ebbi modo di giungere al cappellone del santo che sorge lungo la via per Rutigliano e di scendere nella sacra grotta. Mai avrei immaginato che una chiesa all’apparenza esterna così umile ed isolata dal contesto cittadino potesse custodire un tale tesoro. Davvero le pareti rocciose di quell’antro paiono come impregnate dalla presenza del santo leccese e dalla preghiera dei devoti che, per secoli, vi si sono recati per implorare l’intercessione di Oronzo presso il trono di Dio o in segno di gratitudine per un beneficio sovrannaturale ricevuto attraverso un suo intervento. Davvero in quel luogo il muro di carta del tempo sembra lacerarsi e si avverte quanto sia viva la figura del nostro patrono. Lui che, secondo la tradizione dei padri, è il primo cristiano di Puglia, continua a testimoniare come non vi sia nulla di più bello, nulla di più grande, nulla di più amabile della fede in Cristo.

Brano tratto dal volume Proteggerò questa città. Atti del Giubileo, pp. 288-290.

 

Chiesa di Lecce per il Coronavirus