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Dopo aver trattato dei Diplomi di Tancredi e Ladislao, un terzo documento, prezioso per il nostro excursus tra le fonti letterarie riguardanti il martire Oronzo, sono le Cronache di Antonello Coniger (1470-1512).

L’autore proveniva da una nobile famiglia titolare della baronia di Giuliano, nei pressi di Leuca, ed il suo lavoro (il più antico testo cronachistico leccese giuntoci) circolò manoscritto sino al ʼ700, quando l’Accademia degli Spioni decise di pubblicarlo. Come spesso accadde alle opere edite molto tempo dopo la propria stesura, anche le Cronache furono oggetto di un vivace dibattito in merito alla piena autenticità della versione data alle stampe. Tuttavia un passo, giudicato sempre originale, offre un’importante notizia relativa al nostro santo. È il cosiddetto “comma oronziano” del Coniger: “Essendo il Duca una volta a Lecce mandato per il Signor Re proferse a questa nostra huniversità lo corpo de Sancta Herini (Sant’Irene, n.d.r.) et lo corpo de Sancto Orontio che sua Signoria sapea dove stavano, e questa huniversità, ingrata et non degna di tanto bene ne foi pigra, e tal cosa non è fabola, che io mi trovai presente”.

Si tratta senza dubbio di un brano problematico ma che merita di essere analizzato con cura. Il duca in questione è Francesco II Orsini del Balzo (1410-1482) ed il re per conto del quale venne a Lecce è Ferrante d’Aragona (1424-1494). L’episodio dovrebbe risalire al 1481 perché l’autore dichiara di esserne stato testimone oculare. In quell’anno una pestilenza imperversava nel Salento e il duca avrebbe offerto le reliquie dei santi Irene ed Oronzo perché il territorio ne fosse liberato. L’Orsini (la cui tomba è ancora oggi visibile nella chiesa di San Domenico ad Andria) era del resto un uomo religiosissimo. Aveva conosciuto i Papi Callisto III (1378-1458) e Pio II (1405-1464), le sue virtù erano universalmente note, la sua persona addirittura avvolta da una certa aura mistica. Le parole del Coniger che descrivono l’evento risultano però poco chiare: infatti non viene specificato se il corpo di Sant’Oronzo, cui si accenna, fosse in città o altrove.

Secondo mons. Raffaele De Simone, che riteneva il nostro patrono una trasfigurazione agiografica di un certo martire Aronzio venerato nel beneventano, il duca avrebbe quindi proposto di traslare, dalla Campania a Lecce, i venerabili resti di questo santo. E non sarebbe neanche da escludere il fatto che un momentaneo trasloco sia avvenuto sul serio. Secondo mons. Luigi Protopapa invece il passo sarebbe da intendere in maniera ben diversa. L’espressione “sua Signoria sapea dove stavano”, riferita alle reliquie di Sant’Oronzo, supporrebbe un luogo misterioso, segreto, noto soltanto al Del Balzo per le sue doti di chiaroveggenza ma sconosciuto a tutti. Non sarebbe un caso quindi che il Coniger, nella pagina appena precedente al comma oronziano, menzioni tra le benemerenze dell’Orsini proprio il rinvenimento dei corpi dei gloriosi martiri di Bisceglie, i Santi Mauro, Sergio e Pantaleo. Una scoperta che altro non poteva essere ritenuta che un autentico miracolo della pietas del duca. Per il Coniger insomma, Lecce aveva avuto l’occasione di essere gratificata dal cielo, attraverso il Del Balzo, così come avvenuto per la cittadina barese. Dinanzi però alla straordinaria offerta, la classe dirigente salentina si sarebbe mostrata incredibilmente tiepida, priva di fervore religioso, in poche parole, indegna di tanto bene. Un atteggiamento questo che si spiega solo in un modo e cioè che nel XV sec., almeno nel capoluogo salentino, Sant’Oronzo non godesse affatto di grande popolarità ma solo di un culto piuttosto secondario e marginale. Cosa che tuttavia non esclude l’ipotesi che, in epoche più remote, il santo non sia stato venerato. 

                                                                                                                                                                 

 

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