(9-continua) Il 25 gennaio del 1959 Papa Giovanni XXIII annunciava la decisione di convocare un nuovo concilio, il Vaticano II.

L'apertura dei lavori sarà l'11 ottobre del 1962. L'evento che si chiuderà l'8 dicembre del 1965 segnerà una svolta nel mondo della chiesa e non solo. Giuseppe Dossetti sul Vaticano II così ha scritto: "ecco, dunque, come il cuore di Papa Giovanni ha concepito, ha pensato, ha voluto il Concilio: non tanto come un'assise normativa, ma piuttosto come uno spettacolo cosmico, un evento, un'anticipazione dell'eterna e universale liturgia, un grande atto di culto, di rendimento di grazie a Dio e di implorazione per tutti: per i fratelli in Cristo e per l'universa umanità".
Alla prima sessione del concilio partecipò anche il vescovo di Ugento, mons. Giuseppe Ruotolo, che volle portare con sè, oltre al segretario, anche don Tonino. Non fu evidentemente casuale la scelta del vescovo. Anche se fresco di ordinazione, il novello sacerdote aveva un background culturale interessante grazie al recente passato bolognese e alla formazione completata accanto a Lercaro, Dossetti, Bettazzi: don Tonino aveva assorbito non poco di quella scuola ed ora si preparava a trasmettere quella cultura e quelle nuove visioni.
Prima della partenza per Roma incontrò i sacerdoti della sua diocesi per parlare di questo evento storico per la Chiesa e per il mondo intero e così disse: "…la Chiesa aggiornerà i suoi strumenti, qualche suo abito, spogliandosi, se occorre, di qualche vecchio mantello regale rimasto sulle spalle sovrane, per rivestirsi di più semplici forme…".
Parole profetiche visto che Paolo VI, due anni dopo, il 13 dicembre del 1964 volle compiere quel gesto simbolico e di rottura con il passato con la rinuncia alla tiara, donando il copricapo ai poveri e indicando così la necessità di svolta verso una Chiesa più umile e lontana dal potere temporale. Ma, soprattutto, parole che inevitabilmente richiamano l'idea della "Chiesa del grembiule", immagine che da vescovo volle donare per sempre ai fedeli! Dieci giornate romane in compagnia del suo diario dove scrive alcune note (“Appunti sul mio soggiorno romano in occasione del Concilio Vaticano II”), riguardanti in particolare la cerimonia di apertura: pensieri arguti, intelligenti, gioiosi, ironici. Uno sguardo alla Basilica (“poi siamo saliti sulla nostra Millecento e ci siamo messi nell'alveo della inesauribile fiumana di macchine che nasce da San Pietro, immobile e maestoso sotto il cupolone”) ed uno al mondo (“…i popoli tutti alla pace e all'amore”) ed insieme il desiderio espresso di rientrare presto nella sua terra e dai suoi ragazzi.
Ma nelle sue parole e nei suoi pensieri in nuce sono presenti i principi portanti della sua testimonianza e della sua proposta evangelica: l'importanza del potere dei segni, una chiesa povera per i poveri, una fede incarnata nella storia, la relazione dinamica tra tradizione e innovazione. Infatti, se l'evento conciliare ha avuto una durata di circa tre anni, l'eco e le riflessioni attorno all'evento sono ancora oggi vive e la discussione intorno al Concilio Vaticano II vede ancora una separazione marcata tra chi evidenzia la necessità di trovare la continuità dell'evento con la tradizione della Chiesa e chi, invece, sottolinea la discontinuità emersa nel Concilio con il passato della Chiesa.
Tonino Bello nella sua vita supera questa divisione spesso infruttuosa: è fedele alla tradizione don Tonino (la fontana antica è nel suo cuore e nella sua vita), è fedele alla tradizione dello Spirito rinnovatore, che trasforma l’universo e fa nuove tutte le cose. Solo per questo la storia dell’uomo e del cosmo non ha fine: e pregava l'amato pastore perché il Padre mandasse il suo Spirito a rinnovare la terra. Aveva compreso, infatti, che “tutto ciò che non si rigenera, degenera”. Per questo è stato testimone e maestro. (continua)
*presidente della Fondazione “don Tonino Bello”

