(5 - continua) Ad un giornalista che nel 1992 chiedeva a don Tonino di indicare il suo maestro di pace, l'amato pastore così rispose: “A dire il vero, come maestro di pace io sento profondamente solo Gesù Cristo”.

 

 

 

 

“Tutti gli altri – aggiunse - li sento come condiscepoli... Sono debitore verso tanti. Qualche nome? Tra quelli che ho conosciuto di persona: La Pira, Lercaro, Bettazzi, Carretto, Turoldo, Balducci, il mio vescovo Mincuzzi”. Il lettore capirà allora perché in questo racconto sulla vita del Venerabile non possiamo esimerci dal dedicare alcuni capitoli a questi compagni di viaggio. Inizieremo da Lercaro, che don Tonino incontra prima di tutti gli altri.

La pace, per Lercaro (Cfr Giacomo Lercaro, Discorsi sulla pace, 1891-1991 nel centenario della nascita, ed. San Lorenzo), prima di essere un problema etico, o sociologico, o educativo, o politico per il credente è una Persona, Gesù di Nazareth. Quindi la rivendicazione lercadiana della pace è una rivendicazione cristologica sicché l'intero evangelo e il vangelo della pace coincidono, sono la stessa cosa. Per il cardinale la Chiesa deve farsi essa stessa facitrice di pace, perché non è sufficiente parlare o pregare per la pace e alla sua Chiesa chiede di superare la funzione medioevale di arbitra delle cose temporali perché la sua via è la profezia, non la neutralità. Per questo egli chiede che con parresia si denunci la illiceità del possesso e della conservazione degli armamenti atomici nonché l'infondatezza evangelica della guerra giusta, compresa quella di difesa contro un ingiusto aggressore al posto della quale Lercaro accenna ai principi e alle modalità essenziali di forme di difesa sostitutiva. Le tesi di Lercaro erano "troppo avanti" per poter essere capite e accettate: erano gli anni della guerra in Vietnam e il cardinale pagò con l'isolamento la sua radicalità evangelica, sino alla cessazione del suo ministero episcopale. Tonino Bello fa suoi gli insegnamenti del cardinale, li prende, li sviluppa, li arricchisce, li contestualizza: è consapevole che il sentiero è tortuoso, difficile, in salita ma va percorso e divenuto presidente di Pax Christi, tra i tanti apporti culturali innovativi che al movimento per la pace dà, quello della nonviolenza è forse il più prezioso. Ma è consapevole che ancora tanta strada bisogna fare: la nonviolenza non è di casa anche là dove si proclama la Parola di Dio. Ci vorrà ancora un po' di tempo prima che anche la Chiesa, nella figura più alta, si esprima in questa direzione.

Nel libro di Daniele Menozzi "Chiesa, pace e guerra nel Novecento" a pag.7 l'autore così scrive: "Nel discorso pronunciato il 18 febbraio 2007, in occasione di uno dei tradizionali Angelus domenicali, Benedetto XVI commentava i passi dei vangeli del giorno (Lc 6,27; Mt 4, 44) relativi all'amore verso i nemici, presentandoli come la “magna charta della nonviolenza cristiana”. Ed aggiunse che “la nonviolenza per i cristiani non è un mero comportamento tattico, bensì un modo di essere della persona”. Il richiamo alla nonviolenza viene qui avanzato senza quelle cautele, distinzioni e restrizioni che erano solitamente presenti nei non frequentissimi casi in cui l'insegnamento cattolico la prendeva in considerazione. Si apriva così un capitolo nuovo per tutti: la nonviolenza aveva fatto breccia anche nei palazzi pietrini e dieci anni dopo quell'intuizione verrà strutturata e proposta con il messaggio della Giornata mondiale della pace: "La nonviolenza: stile di una politica per la pace". È il messaggio a tutto il mondo, vittima di una guerra globale, spronato a cambiare strada, ad uscire da una spirale suicida attraverso “la nonviolenza da vivere nei rapporti interpersonali, sociali e internazionali", superando così l'etica a doppio binario alla quale Tonino Bello faceva spesso riferimento. (continua)

 

 

*presidente della Fondazione “don Tonino Bello”

 

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