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Sant’Oronzo condivide la protezione su Lecce insieme ad un rilucente esercito di compatroni cresciuto nel corso dei secoli, obiettivamente smisurato, ma giustificato se lo si accosta alla proliferazione di chiese appartenenti ai più disparati ordini religiosi, di cappelle interne ai conventi e monasteri.

 

 

Accanto ai più prossimi San Giusto e San Fortunato, la pietà popolare si rivolgeva a Sant’Irene, San Biagio, Sant’Antonio di Padova, Santa Veneranda e così via.

Soffermiamo lo sguardo alla festa civile tributata al protettore della città, con uno sguardo al passato che rivive, con ovvi mutamenti, nell’appuntamento annuale più atteso dalla comunità locale attraverso le consuetudini gastronomiche.

Vi era l’usanza di consumare il 26 agosto la parmigiana di melanzane e il galletto, l’addhruzzu, meglio se ruspante, cucinato al ragù.

I leccesi adulti ricordano che tutti, o quasi, per timore che la loro mensa il giorno della festa del patrono rimanesse priva del galletto, acquistavano per tempo i pollastri e se li crescevano in casa, in apposite gabbie sistemate nei cortili o sul terrazzo, nutriti ed ingrassati con gli avanzi di cucina oltre a granone, poltiglia di crusca e chicchi d’orzo.

Un altro rito rispettato unanimemente dai leccesi era quello di chiudere il pranzo festivo con l’anguria, il popolare sargeniscu, tenuto al fresco di una ghiacciaia per gustarlo meglio.

Ormai in commercio tutto l’anno, la cupeta, una sorta di croccante a base di mandorle e miele, rappresentava il grazioso dono offerto dal fidanzato alla propria amata.

Un dolce confezionato soltanto in occasione della festa era la barchiglia, a forma di barca, confezionata con pasta frolla ripiena di pasta di mandorla cotta, marmellata di albicocche o, a piacere, pezzetti di cotognata e di scorza di cedro candita e spennellata di cioccolato fondente liquido.

Per approfondimenti: R. Barletta, Quale santo invocare?, Edizioni Grifo, 2013

 

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